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Messaggero Veneto, 28 novembre 2006

Kant e il Corridoio 5

di Gianfranco Pellegrinii

Che cos’è, dunque, l’“intelletto” secondo la concezione di Mauro Travanut?
Certo, nelle più o meno duecento righe dell’articolo apparso lo scorso martedì 28 novembre su questo giornale, un tale argomento non può essere trattato esaurientemente ma, raccogliendo segnali qui e là nell’esposizione, una ragionevole risposta alla domanda può anche essere abbozzata. Infatti, pur essendoci delle assonanze nell’esposizione che rimandano alle meditazioni filosofiche susseguitesi, in proposito, particolarmente nel periodo che va da Cartesio a Hegel, l’intelletto di Travanut, se non ne è proprio figlio, pare far piegare l’interpretazione verso il riconoscimento di una sua lontana parentela con l’intelletto di Kant: come quello, che deve limitarsi a una funzione regolativa della conoscenza senza pretenderne una costitutiva, anche questo ha le sue belle limitazioni: è “freddo, sterile”; da lui non si può pretendere “ciò che non gli è concesso dare”; dal suo “uso smodato” possiamo derivare solamente “astrattezza”. Insomma, fatte le proporzioni d’obbligo, entrambi i “filosofi” paiono irretiti in equivalenti difficoltà di pensiero. Ma ciò che è sorprendente, e che rivela un eccezionale intuito filosofico in Travanut, è che sia lui sia il grande Immanuel, nel comune anelito di giungere alla verità, individuino, da identiche pastoie, la medesima via d’uscita: il passaggio dalla dimensione pura della ragione a quella pratica. Il tragitto effettuato dal filosofo di Koenigsberg è noto e non ha bisogno di richiami: sta tutto nella seconda Critica; quello del filosofo nativo di Terzo d’Aquileia, è comprovato da alcune affermazioni presenti all’inizio del suo articolo: “La verità, quella a carattere politico, prende luce e mostra per intero se stessa soltanto all’atto pratico. Quando le idee si traducono in azioni e la prassi svela volontà e determinazione”.
Tuttavia, qui termina ogni possibilità di accostamento dei due pensatori. Un’analisi comparata dei (quasi) paralleli processi di pensiero rivela infatti che in uno, quello dell’autore nostrano, vengono persi per strada alcuni elementi fondamentali, che caratterizzano invece gli sviluppi dell’altro: il buon Kant, memore sicuramente di quanto già il vecchio Aristotele aveva raccomandato in questi casi, cioè che, nel trattare di tali curiosità, conviene passare dal “to hoti” al “to dioti”, dal “che” delle cose al “perché” delle stesse, è ossessionato dal problema della causalità e ciò lo porta ad approdare su topiche come “il regno dei fini” o, nella terza Critica, il “giudizio teleologico”, che sono del tutto assenti dalle preoccupazioni del filosofo di Terzo.
Tale negligenza è però fatale. Come nella famosa scena dell’apprendista stregone nel film Fantasia, la magia tentata da Travanut nel suo intervento finisce per non funzionare. A causa di tale leggerezza, il piano delle ragioni per le quali qualcosa accada o venga fatta, come il Corridoio 5, per esempio, al di là del suo mero accadere o essere realizzata, è del tutto assente. E così, per quanto proficuo possa apparire, sul progetto dell’opera in argomento, il lavoro congiunto dei tecnici delle varie parti cointeressate, come rammentato nell’articolo, il prodotto finale che ne uscirà sarà un “che” sul quale non pare siano molti gli stimoli ad azzardare anche un “perché” (figuriamoci un “cui prodest?”). E invece è proprio a questo livello che andrebbe individuata, in primis, quella generale condivisione che, sola e in quanto tale, garantirebbe la categoricità dell’imperativo che porta a mettere poi in cantiere non solo un Corridoio 5 ma qualsiasi altra opera frutto dell’umano agire.
Per quanto abilmente e freneticamente agitata fra le parole dell’articolo, la bacchetta retorica di Travanut non produce la magia che appartiene allo spessore categorico kantiano. In questa differenza sta la voragine fra il Travanut-pensiero e l’insegnamento filosofico del buon Kant, specchio dell’abisso incolmabile fra l’apprendista stregone e il suo maestro.
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