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23 maggio 2007 Non un cambio di metodo ma un cambio di rottadi Gianfranco Pellegrni L'articolo di Roberto Dominici apparso su questo giornale il 16 maggio scorso colpisce per due elementi, sostanzialmente. In primo luogo è emblematico di quella fase, che caratterizza esponenti autorevoli operanti nell'ambito della progettazione sociale o più in generale della politica, nota come fase dello sviluppo aggettivato. Essa consiste nel fatto di connotare la nozione di sviluppo, in maniera più o meno consapevole (ma le vie dell'ideologia sono infinite: anche questa risposta non ne è immune), mediante una serie di aggettivi che dovrebbero in qualche modo attutire la valenza che il termine, utilizzato in solitudine, normalmente comporta. Si può avere così a seconda delle preferenze, lo leggiamo nel Manifesto del Réseau européen pour l'après-developpement, uno sviluppo "autocentrante, endogeno, partecipativo, comunitario, integrato, autentico, autonomo e popolare, equo... senza parlare dello sviluppo locale, del microsviluppo, dell'endosviluppo, dell'etnosviluppo". Quello di Dominici, che da parte sua conferma esistere sviluppo e sviluppo, è uno sviluppo "compatibile". Compatibile, nel suo argomentare a proposito di interventi di grande peso ambientale, con condizioni preliminari non negoziabili all'interno delle quali procedere alla dialettica fra le parti proponenti e le realtà locali, secondo il metodo, nuovo, da lui proposto. Ma non è questo che qui interessa. Preme invece evidenziare l'aggettivazione in sé del termine 'sviluppo', come se mediante tale operazione si volesse togliere terreno a possibili critiche dello stesso. Facendolo accompagnare da un attributo, lo sviluppo si presenterebbe, anche se in vario modo, come "alternativo". In realtà però, anche con gli eufemismi più fantasiosi, lo sviluppo rimane parte imprescindibile del meccanismo economico fondato sul principio di accumulazione capitalistica, alla quale si alimenta e che alimenta. L'aggettivo lo conduce a una morte solo apparente. Lo sviluppo alternativo mostra in tal modo la sua vera essenza come miraggio.Da ciò sorgono le domande che portano al secondo elemento di riflessione. Come si cala l'anelito autonomista in questo quadro? Che cosa sarà il Friuli autonomo in un contesto di sviluppo e di crescita così connotati? Forse è pronto il passaggio dalla Piccola Patria del passato al Piccolo Stato Capitalistico iperefficiente e ipercompetitivo del Friuli futuro? Anche in questa spinta verso un mondo di tal fatta i Friulani aspirano a essere migliori degli altri e magari additati a esempio? Pare questa l'ipotesi più realistica, anche se la casa del Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli è abitata pure da un maestro di cultura e di pensiero come Gianfranco D'Aronco, fortunatamente critico verso certo "sviluppismo" e "produttivismo" imperanti. Più che un cambio di metodo a questo punto servirebbe un cambio di rotta. Magari prima che i Friulani (ma anche i non Friulani) diventino del tutto incapaci di cogliere l'invito scritto in fondo al piccolo occhio rotondo del dolce piviere di Amedeo Giacomini; prima che i nostri figli, al risveglio, ci raccontino di aver sognato le pecore elettriche di Philip Dick. |
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