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CORRIERECONOMIA, 18 giugno 2007

Le Ferrovie ci sono. Il mercato non le vuole

di Giorgio Meletti

Investire nella TAV è inutile e costoso. Il treno non intercetta il traffico merci che è soprattutto locale

Nel 1871 l’apertura del traforo ferroviario del Frejus sembrò un sogno: l’Italia e la Francia collegate dopo una sfida pazzesca alla natura. Nello scavo, condotto senza dinamite perché Alfred Nobel  non l’aveva ancora prodotta industrialmente, morirono 200 operai, il 5% di quelli impiegati. Allora si che le nuove infrastrutture cambiavano il mondo, rovesciando i parametri spazio-temporali della vita umana! Ma cosa c’entra tutto questo con la retorica neo-risorgimentale della nuova ferrovia ad alta velocità Torino-Lione? Il mondo è già cambiato, l’Italia non è isolata dall’Europa: le ferrovie ci sono, solo che il mercato non le vuole. I dati Istat dicono che negli ultimi dieci anni la quantità di merci che entrano ed escono dalle Alpi in treno si è ridotta di un terzo, perché la ferrovia non è più competitiva. Qualcuno sostiene che spendere 15 miliardi per un nuovo traforo del Frejus è come aggiungere tavoli in un ristorante dove non entra nessuno perché si mangia male.

Giustamente la presidente Presso ricorda che la Tav del Frejus servirà a poco se prima non si mette a posto il resto del sistema ferroviario, con i centri intermodali e a quanto serve a caricare le merci sul treno, insomma la logistica. Non si capisce però la fretta di fare prima la nuova linea da 15 miliardi, visto che quand’anche il traffico crescesse a rotta di collo per i prossimi anni (ma per adesso cala), i binari attuali sono in grado di reggere anche un raddoppio del carico.

Ma l’aspetto più sorprendente della retorica altovelocistica è l’idea, ferrea, che le merci si riverseranno sul nuovo costoso binario liberando le strade e purificando l’aria. Dice il ministro Di Pietro: “la Torino-Lione è l’opera che ci salverà. Non farla significherà buttare tutto il traffico sulle strade, con un impatto devastante per l’ambiente”. Ma il traffico sulle strade c’è già, ed è prevalentemente locale, quindi difficile da spostare sul treno. Mediamente un mezzo pesante percorre in autostrada 98 chilometri. Chi vede le autostrade intasate di Tir consideri che una gran parte sta per uscire al prossimo casello: il traffico di lunga percorrenza – eventualmente spostabile sul treno – è una quota piccola del totale.

E infatti Francesco Ramella, ingegnere torinese molto ascoltato sul sito degli economisti lavoce.info, calcola che, se sparissero i 2.300 Tir che giornalmente percorrono la Val di Susa da e verso il Frejus, l’inquinamento italiano da gas di scarico calerebbe dello 0,1%. I dati europei confermano: sul continente auto e camion fanno ogni anno tremila miliardi di chilometri, mentre i vagoni merci fanno 15 miliardi di chilometri, ma si calcola 30 miliardi perché un vagone vale un Tir e quindi due auto. In tutto l’1% del traffico su gomma. Spendendo dunque centinaia di miliardi di euro per nuove linee, e riuscendo se va bene a raddoppiare il traffico merci su ferro togliendone altrettanto alla strada, l’Europa ridurrà il suo inquinamento stradale nei prossimi decenni dell’1%. Nel frattempo le marmitte euro avranno ridotto l’emissione di polveri sottili e quant’altro dell’80%.

Ma non c’è qualcosa di strano in questo entusiasmo per le nuove ferrovie?
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