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dal Konrad n. 128 - Luglio-Agosto 2007 - pag. 15 La rana cinesedi Claudio Siniscalchi A proposito del libro di Riccardo Illy
Ho preso in biblioteca il libro “La rana cinese: Come l’Italia può tornare a crescere” di Riccardo Illy (edizioni Mondatori “Strade blu” pagg. 163 Euro 14,00, 2006). Non sono un suo fan, tuttavia penso sia importante capirci qualcosa di più su chi ci governa e questo libro si presenta come il manifesto dell’Illy-pensiero. Il testo inizia con una “lezione di storia”. L’Italia - dal dopoguerra ad oggi - ha attraversato tre fasi: la ricostruzione ed il “miracolo economico”, la lunga stagione della conflittualità sindacale ed infine quella del successo delle piccole imprese “modello Nord-Est”. Fino al 1963 l’Italia è un sogno. Il PIL cresce del 6% all’anno e poi la Fiat, Marzotto, Zanussi, l’ENI di Mattei e la costruzione di tante infrastrutture. Gli operai sono pagati poco, emigrano dal Sud e lasciano in massa le campagne, ma rimboccandosi le maniche e lavorando sodo ce l’hanno fatta. Anche perché allora non esisteva ancora il “partito del no (…), coloro che dedicano tutto il loro tempo libero a opporsi a qualsiasi opera stradale e ferroviaria, grande o piccola che sia, a ogni impianto di smaltimento dei rifiuti o di produzione e distribuzione dell’energia” (pag.27). Purtroppo questo clima idilliaco si guasta nel 1969-70 con un primo accidente, lo Statuto dei Lavoratori. In questi anni nasce il “triangolo maledetto. I suoi tre lati sono il diritto di sciopero, il divieto di licenziamento e la protezione dalla concorrenza” che costituisce per il nostro Governatore “una delle più pesanti zavorre con cui l’Italia deve fare ancora oggi i conti”. (pag.28). Poi la crisi energetica del ’73, l’accordo sul punto unico di contingenza del ’75, che agganciava salari e stipendi al costo della vita e al quale gli imprenditori rispondono con l’automazione (le macchine non fanno sciopero). Alla crisi della grande industria risponde - negli anni ‘80 e ’90 - il mondo della piccola impresa, che ricorre “largamente al lavoro nero, all’evasione dell’IVA e dei contributi dovuti ai lavoratori” e che impiega i profitti “per comprare la villa, l’auto di lusso e investire in titoli di stato o addirittura nell’acquisto di terra” (pag.32) ed esporta i propri prodotti con facilità grazie alle continue svalutazioni della lira. L’ingresso dell’Italia nell’Euro interrompe questo bel gioco, che aveva sì “elementi di debolezza e aspetti malsani” (pag.33), ma d’altro canto ha fatto crescere dei marchi aziendali legati alle famiglie (un esempio molto positivo portato dal Governatore è quello della fabbrica di armi Beretta - pag.31), quindi delle imprese credibili e con solidi valori (a me sembra una contraddizione macroscopica). E arriviamo ai giorni nostri, a quest’Italia imballata, che non cresce più e perde produttività. Già la nostra produttività non può competere rispetto a quella degli Stati Uniti, dove “le ferie a inizio carriera non possono essere lontanamente paragonate a quelle di cui gode normalmente un lavoratore italiano, sono una conquista graduale che si ottiene solo con l’elevata anzianità; le donne non dispongono dei permessi di maternità, lavorano fino all’ultimo momento e rientrano a breve distanza dal parto” (pag.40). Oltre alle ferie ed alla maternità l’Italia soffre di altri sette malanni. Le imposte sul reddito delle imprese ma anche la tassazione sulle retribuzioni.“Gli stipendi netti sono bassi proprio nel momento in cui i giovani dovrebbero metter su famiglia e fare figli, ed è questa sicuramente una delle cause della bassa natalità (…). Quando saremo anziani (…) godremo invece di pensioni assai generose, che magari non riusciremo neppure a spendere” (pagg.41-52). Io ci spero, ma i sindacati mi dicono che la mia pensione sarà circa il 40% del mio stipendio! Il terzo malanno è la carenza di infrastrutture, il quarto la pubblica amministrazione, il quinto la scuola, il sesto la ricerca ed il settimo la giustizia. L’ottavo peccato capitale, più originale dei precedenti, è il mammismo… E siamo ai nostri giorni, al tempo della globalizzazione. “Oggi diventa ormai indifferente dove si producono i beni che poi possono essere venduti in tutto il mondo, per il drastico calo dei costi di trasporto ed il progressivo venir meno delle barriere al commercio”(pagg. 53-54). Oltre ai dazi ed i contingenti ci sono “ostacoli al commercio ancor più subdoli, di tipo giuridico, come la fissazione di standard e norme particolari che i prodotti devono rispettare (riguardanti per esempio le loro caratteristiche tecniche, chimiche, di sicurezza)” (pag. 55). Questioni inutili come i diritti dei lavoratori, le norme ambientali e quant’altro? Sciagurati sono anche i sussidi agricoli, “spesso giustificati con motivazioni ambientali” (pag.56), che impediscono ai paesi del terzo mondo, dove si muore di fame, di esportare al mondo ricco le proprie derrate alimentari. Lo stesso nel settore manifatturiero: oggi “si può realizzare un componente in Cina, l’altro in Romania, per assemblarli poi insieme in Veneto o in Sud America” (pag.57) ma produrre “in Paesi in cui la manodopera costa meno (…) non è un reato” (pag.61). Le zone che dispongono di porti sono privilegiate, le altre devono dotarsi di ferrovie ad alta velocità e alta capacità. E poi ci sono le proposte: “tra le risorse materiali di cui le imprese hanno bisogno, ci sono naturalmente le infrastrutture” (pag.151). C’è il ponte sullo stretto di Messina, perché anche se la mafia potrebbe infiltrarsi negli appalti alla fine ne uscirebbe sconfitta, assicura Illy, in quanto il ponte toglierebbe la Sicilia dall’isolamento che ha favorito il fenomeno mafioso (pagg.152-153). Indispensabili i terminal di rigassificazione e i metanodotti, gli elettrodotti per importare elettricità da Austria e Slovenia (pag.153-154) ed ovviamente l’Alta Velocità ferroviaria, perché “chi si oppone a questo progetto è di fatto favorevole ai camion e alla moltiplicazione delle autostrade” (pag.151), come la terza corsia sull’A4 da Quarto d’Altino a Villesse ed il traforo sotto il Passo della Mauria tra Carnia e Cadore. Il fatto è che agli ambientalisti “manca una visione olistica” (pag.152, ripetuto per chi non avesse capito bene a pag.153). Questa è la ricetta del Governatore Illy per avviare “un circolo virtuoso capace di ristabilire un clima di fiducia tra pubblico e privato”. Mi sento già un po’ più fiducioso. E voi? |
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