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L'EspressoN 52, dicembre 2006 Alta voracitàdi Riccardo Bocca Tempi infiniti. Costi lievitati alle stelle. Scarsa trasparenza negli appalti. Dubbi sulla reale utilità. Così il progetto di collegamenti super rapidi è diventato una voragine per le casse dello Stato
La cerimonia porta la data del 19 dicembre 2005. In piena era
berlusconiana, l'Italia festeggia l'avvento sui binari della
cosiddetta Alta velocità. Treni che sfrecciano a 300 all'ora,
collegamenti efficienti, densità di traffico moltiplicata rispetto
alle normali linee. Un brivido futurista che parte con la tratta
Roma-Napoli: 204,6 chilometri attraverso 61 comuni. O meglio 186
chilometri, perché quelli da Afragola a Napoli sono ancora in
costruzione. In quei giorni si parla di evoluzione tecnologica, del
primo passo verso l'Europa. Poi è arrivato il conto. Se nel '91 la
tratta Roma-Napoli prevedeva una spesa di 1.994 milioni di euro,
con un costo al chilometro di 9,77, oggi siamo a 6 mila 235
milioni, ovvero 30,56 al chilometro (vedi tabella a pag 24). "Il
tutto", dice il segretario della Fit-Cisl lombarda Dario Balotta,
"per impiegare 75 minuti invece di 105". Un risparmio che non
entusiasma i viaggiatori: "Stando alle nostre stime", spiega
Balotta, "il coefficiente medio di riempimento dei treni è attorno
al 25 per cento". "Come se non bastasse", aggiunge Marco Ponti,
docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, "la
capacità della linea è sfruttata al minimo. Potrebbero viaggiarci
circa 330 treni, e invece ce ne sono 14". Il guaio, infatti, è che a finanziare l'Alta velocità è solo la cosa pubblica, cioè noi. Un dato oggi assodato, ma che non lo era affatto nel '91. Quel 7 agosto, le Ferrovie affidano la progettazione e la costruzione delle infrastrutture alla neonata Tav (Treni ad alta velocità) Spa, e la presentano come partecipata al 40 per cento da soci pubblici e al 60 da soci privati. Una bugia spaziale. A smascherarla, sette anni dopo, è il ministro dei Trasporti Claudio Burlando, il quale a un convegno ammette: "Si è detto che c'erano privati disponibili a fare investimenti, ma quando siamo andati a vedere abbiamo constatato che era una cosa falsa... Abbiamo i soldi ancora per dieci giorni... È bene che si sappia che è finita la quota pubblica del 40 per cento, mentre il 60 dei privati non si è mai visto". Passano tre anni, e il nuovo ministro Pier Luigi Bersani fa l'unico atto concreto per rimediare al danno. Fino ad allora, infatti, non c'è stata ombra di gara pubblica. Tutti i miliardi di vecchie lire sono stati assegnati con trattativa privata a consorzi di imprese controllati da Fiat, Iri, Eni e Montedison. Dunque Bersani cancella, con la Finanziaria 2001, le concessioni per le tratte in fase iniziale, scegliendo procedure pubbliche di gara. Dopodiché arriva il governo Berlusconi, Pietro Lunardi diventa ministro delle Infrastrutture e Trasporti, e il provvedimento viene revocato. Non solo: l'Alta velocità entra nelle Grandi opere della legge Obiettivo, e i costi s'impennano fino al 500 per cento. "Un tale incremento", dice Anna Donati, presidente della commissione Lavori pubblici del Senato, "è dovuto al fatto che Lorenzo Necci, nel '91 al vertice di Tav, voleva dimostrare che l'Alta velocità costava poco, rendeva tanto e la pagavano i privati. Un postulato fasullo. Gli investimenti costano cifre esorbitanti, hanno ritorni modestissimi, e infatti i privati non hanno partecipato". Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: tempi di realizzazione sballati, denari in libera uscita, proteste furiose della popolazione, dalla Val di Susa in giù. Caso esemplare, quello della tratta Bologna-Firenze. "Le faccio un esempio", dice Girolamo Dell'Olio, presidente dell'associazione ecologista Idra. "All'apertura dei cantieri, nel 1996, dicevano che la tratta sarebbe stata inaugurata nel 2003, mentre adesso si parla del 2009". Nel frattempo, poco è andato come avrebbe dovuto. "Un servizio televisivo delle 'Iene' ha denunciato lo sperpero della galleria Firenzuola, dove un prevedibile cedimento del terreno ha costretto a rifare la copertura in cemento armato. Ma c'è dell'altro", dice Dell'Olio. "Le gallerie di Borgo Rinzelli e Morticine, ad esempio, battono su un substrato argilloso che l'Istituto per la difesa del suolo del ministero dell'Agricoltura indica da sempre come problematico. Eppure il consorzio Cavet, capitanato da Impregilo e partecipato da cooperative rosse, ha scelto proprio quell'area critica". Ancora più allarmante, in questo senso, è che i 60 chilometri di tunnel tra Bologna e Vaglia siano privi di una galleria di soccorso. Il comando dei Vigili del Fuoco di Firenze, già nel 1998, ha scritto in un documento ufficiale che "si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso", vista la presenza di finestre di sicurezza soltanto ogni "sei o sette chilometri". Ma nonostante questo si è andati avanti. "Gli interessi sull'Alta velocità", dice il giudice Imposimato, "sono troppo forti. Quando nel '96 ho preparato una relazione esplosiva sulle infiltrazioni della camorra nella Roma-Napoli, la commissione Antimafia non ha trovato il tempo per votarla. E lo stesso è successo nella legislatura seguente". Un dato triste, allarmante, ma spesso superato da problemi più banali. Singolare, ad esempio, è quanto accade sulla Milano-Torino, centrale nel processo di modernizzazione. Di fatto, dopo cinque anni di lavori l'unica tratta attiva è la Torino-Novara, e i treni che ci viaggiano sono appena 16. "Un'operazione assurda", la definisce Angelo Tartaglia, docente di Fisica al Politecnico di Torino ed esperto di Tav. "Che senso ha far correre a 300 all'ora un treno tra città che distano appena 125 chilometri? Molto più utile sarebbe stato rinforzare il servizio pendolari. E comunque, prima di realizzare la tratta nelle campagne, dovevano creare i collegamenti con le città. Invece il tempo è passato, le stazioni sono circondate da case, e tutto si fa più difficile". Il paradosso, in questa situazione, è che nessuno paga per gli
sbagli commessi. Non esiste cioè un controllore pubblico in grado
di arginare le iniziative più infelici. E paradosso nel paradosso,
tutto è partito dalle Ferrovie italiane, che nel '91 affidano a Tav
Spa la progettazione, la costruzione e lo sfruttamento economico
delle tratte. Tav a sua volta affida i lavori in subappalto ai
consorzi privati, tenendosi però lo sfruttamento. Così accade
l'inevitabile: i privati non hanno interesse a terminare le opere,
che non potranno sfruttare, e ne hanno invece a tirare in lungo,
accumulando cifre strabilianti. "Un problema", sostiene Ivan
Cicconi, "quanto mai attuale. Perché è vero che Tav ha affidato
alla società Italfer 'l'alta sorveglianza' sui lavori, ma è
altrettanto vero che dal punto di vista tecnico-giuridico è aria
fritta. A comandare, da che mondo è mondo, sono i direttori dei
lavori, e questi li nominano i privati". da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Alta-voracita/1463947&ref=hpsp Ok il prezzo non è giustoI valori, relativi alle sole tratte ferroviarie, sono in milioni di euro.
Elaborazione NuovaQuasco su dati o documenti ufficiali * La nuova tratta (cosiddetta direttissima) era già stata realizzata; in questo caso sono previsti solo lavori di adeguamento agli standard av/ac ** Il progetto approvato nel 2006 prevede uno sviluppo di nuove linee (e interconnessioni) di 63 chilometri. Il costo a chilometro tiene conto di questa variazione rispetto al progetto del 1991 che è stato ampiamente rivisto Maglia nera nel mondoIl confronto con l'Alta velocità in altri Paesi
Elaborazione NuovaQuasco su dati o documenti ufficiali * I costi sono stati rivalutati sulla base del tasso di inflazione di ogni singolo Paese ** Le tratte non sono ancora in esercizio (Roma-Napoli solo in parte) Tempi di costruzione e costi non sono quelli definitivi e sono valutati in base alle stime ufficiali Un bypass all'ArnoUna storia che merita di essere raccontata è quella che riguarda il 'nodo' di Firenze, ovvero il collegamento della tratta Bologna-Firenze con il capoluogo toscano. Il progetto viene presentato nel 1998, la cifra base dell'asta pubblica (non ancora conclusa) è di 970 milioni di euro. E gli interventi prospettati sono di prima importanza. Tra l'altro, infatti, c'è un tunnel di circa sette chilometri che va dalla zona di Campo di Marte a Castello Rifredi, ovvero da Firenze sud fino all'ala nord della città, attraversando sottoterra il centro storico. "Saranno due canne separate monobinario", spiega l'urbanista Maurizio De Zordo, membro di un gruppo di studio istituito dall'università di Firenze, "e andranno a inserirsi in una nuova stazione sotterranea ancora da costruire". Un progetto da far tremare i polsi, dice. Non solo per i mastodontici costi, ma anche per le difficoltà contingenti. "Intendiamoci, non si vuole sostenere che scavare sotto Firenze sia impossibile, ma bisogna essere consapevoli di quello che si rischia. Il percorso del tunnel intercetta quasi in perpendicolare la più grande falda acquifera, che parte dalla collina e arriva all'Arno. La conseguenza ipotizzata dagli stessi progettisti è che la falda si alzi a monte di circa tre metri e si abbassi a valle di due. Per porre rimedio a questa rivoluzione, si parla di un sofisticato sistema di by pass. In pratica, si pensa di portare acqua da monte a valle. Come, però, non è ancora stato spiegato in modo convincente". D'altro canto, anche in superficie le prospettive non sono più allegre. "La durata prevista della cantierizzazione", spiega De Zordo, "è nove anni. Un lungo periodo in cui il progetto stima un consumo d'aqua di 80 litri al secondo, ovvero 4 milioni 600 mila litri al giorno. Che naturalmente verranno prelevati sempre dalla falda sotterranea".Quanto al traffico che questa operazione provocherà, "si ha la previsione per il cantiere Belfiore, dove il fusso di camion sarà di circa 50 al giorno. Quanto basta per paralizzare un'intera fetta della città". A questo punto, molti addetti ai lavori si chiedono perché invece di bucare il sottosuolo, correre mille rischi e spendere cifre enormi, non si sia preso in considerazione un progetto alternativo che circola dal maggio 2000, data in cui venne pubblicato dalla rivista 'Ingegneria ferroviaria'. A firmarlo è l'ingegnere Vincenzo Abruzzo, grande esperto di binari e affini, il quale ha suggerito, tra varie modifiche, la sostanziale aggiunta di due binari tra le stazioni di Campo di Marte e Santa Maria Novella, dove al momento ce ne sono quattro. L'intervento, si legge nel progetto, costerebbe complessivamente 200 miliardi delle vecchie lire. Troppo poco, commentano i cinici, per essere un ghiotto affare. Il nodo spagnoloCon un ribasso del 47 per cento. "L'importo dei lavori a base d'asta", ricorda l'istituto di ricerca Nuova Quasco, "era di 449 miliardi di vecchie lire per la realizzazione di sette chilometri di galleria, mentre sulla base del ribasso di Necso i lavori sono stati valutati nel 2001 29 miliardi di lire a chilometro". "Il vantaggio", riconosce la senatrice Anna Donati, "è innegabile. E me lo ha confermato l'amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, secondo il quale per quei lavori sta avvenendo un risparmio medio effettivo del 30 per cento". Un punto saldo nel mare dei dubbi attorno all'Alta velocità. Incertezze che riguardano persino il conteggio da parte dei sindacati degli incidenti in cantiere avvenuti in questi anni. Secondo il segretario nazionale della Fillea Cgil, ad esempio, "quelli mortali sono stati 15". Per il segretario generale della Cisl-Filca Domenico Pesenti, invece, "gli incidenti mortali sono stati 19 solo sulla Firenze-Bologna e sulla Torino-Milano". |
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