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22 novembre 2005
Incubo TAV
di Marco Cedolin
La
storia che voglio raccontarvi parla di grandi capitali e di piccoli
uomini, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie
scavate nell’uranio, di società private costituite con il
denaro pubblico, piramidi di Cheope fatte di smarino e grattacieli di
fibre d’amianto, di cittadini che difendono i propri diritti
additati come canaglie e di canaglie senza scrupoli che si fingevano
persone attente all’ambiente e ai diritti dei propri cittadini,
di sindaci bastonati dalla polizia in una Valle decisa a resistere
all’ennesimo stupro del proprio territorio, di come un grande
investimento non produrrà altro che impoverimento, di quando le
parole degli esperti vengono trasformate in sussurri ed il biascicare
incompetente dei politici assurge a realtà incontrovertibile. La
storia inizia il 7 agosto 1991 con la nascita di Tav spa, la
società a capitale misto pubblico e privato deputata a costruire
in Italia quasi 900 km di linee ferroviarie per i treni ad alta
velocità. In realtà dopo il disastroso risultato
economico del tunnel sotto la Manica non si riscontrava assolutamente
traccia di privati disposti a rischiare il proprio capitale nella
costruzione di grandi infrastrutture e quello di presentare Tav spa
come una società a capitale misto era un mero artificio volto a
far si che l’Italia potesse rispettare i parametri di Maastricht
che imponevano il rapporto deficit-pil al 3%. Lo Stato garantì
il finanziamento del 40% in conto capitale, mentre finanziò il
restante 60% (quello di appannaggio dei privati) attraverso prestiti
bancari, accollandosi gli interessi degli stessi fino al completamento
dell’opera.
Il 10 marzo 1998 le Ferrovie di Stato che detenevano la maggioranza del
capitale pubblico acquisirono il 100% di Tav spa e dal primo gennaio
del 2003, ormai nell’ambito della “legge obiettivo”
Tav spa è entrata nell’orbita di Infrastrutture spa, il
cui azionista unico è la Cassa Depositi e Prestiti.
Tutto questo gioco di scatole cinesi, nato una quindicina di anni fa
dalla fervida fantasia dell’allora ministro del Bilancio Cirino
Pomicino e perfezionato poi dal governo Berlusconi sotto il nome di
“project financing” ha come unico scopo quello di
permettere allo Stato di contrarre enormi debiti, senza però
doverli iscrivere nel proprio Bilancio, evitando così che essi
incidano nei parametri del Patto Europeo di stabilità.
I privati esistono veramente ma rivestono il ruolo di General
Contractor grazie al perfezionamento di un’altra
“intuizione” del buon Cirino Pomicino.
Fiat IRI ed ENI (i General Contractor) sono concessionari con
l’esclusione della gestione, hanno cioè tutti i poteri del
committente pubblico nella gestione dei subappalti, nella direzione dei
lavori, negli espropri, ma non hanno poi la gestione diretta
dell’opera, (caso unico in Europa) per cui il loro solo
interesse, essendo disancorati dalla successiva gestione, sarà
quello di fare durare i lavori il più a lungo possibile al fine
di fare levitare al massimo la spesa. Inoltre il General Contractor a
differenza del concessionario tradizionale di lavori o servizi pubblici
potrà affidare i lavori a chi vuole anche con trattativa privata
ed essendo un privato non sarà mai perseguibile per corruzione,
in quanto eventuali tangenti potranno essere giustificate sotto forma
di “provvigioni”.
Un’architettura senza dubbio ingegnosa attraverso la quale si
trasferisce tutto il rischio d’impresa dal privato allo Stato che
alla fine dei lavori sarà però costretto a restituire i
prestiti delle banche, aprendo così una voragine senza fondo
nella quale precipiterà giocoforza la nostra già fragile
economia.
La conseguenza di tutto ciò è che il progetto
dell’Alta Velocità, presentato nel 1991 con un costo
previsto di 26.180 miliardi di lire, rischierà invece di
costare, una volta terminato in un lontano futuro, circa 80 miliardi di
euro e gli italiani ne pagheranno i debiti fino al 2040 ad un ritmo di
2 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Ci
sarebbero molte altre cose da raccontare concernenti questi 14 anni nei
quali il progetto Alta Velocità ha preso forma e mosso i suoi
primi passi, anni nei quali la zona del Mugello è stata
devastata dalle gallerie con conseguenze idrogeologiche irreversibili,
anni nei quali personaggi legati a doppio filo alla politica e
all’imprenditoria come Necci Lorenzo, Pacini Battaglia, Icalza
Ercole e molti altri si sono spartiti tangenti miliardarie, sono stati
indagati, hanno corrotto giudici, vinto e perso processi, il tutto
continuando a mantenere sempre posizioni preminenti all’interno
delle istituzioni. Anni di grossi guadagni per chi come l’attuale
ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi, attraverso la Roksoil
azienda di famiglia si è aggiudicato un numero infinito di opere
e consulenze o chi come Romano Prodi fondò la Nomisma,
società bolognese indagata nel 1992 nell’ambito di una
consulenza miliardaria sull’Alta Velocità, le cui
conclusioni a fronte di un’analisi quanto mai approfondita e
retribuita si manifestavano nell’enunciato che “la
velocità fa risparmiare tempo”. Anni nei quali
13.779 lavoratori impegnati nel progetto Tav hanno lavorato a ciclo
continuo con turni che potevano impegnarli anche per 48 ore di seguito,
in gallerie dove l’aria era inquinata, la luce poca ed i rischi
molti, come molti sono stati fra loro gli operai deceduti in incidenti
sul lavoro. Basti pensare che nei soli primi 6 mesi di lavori sulla
tratta Torino - Novara si sono annoverati 350 infortuni dei quali 2
mortali. Ma
la storia che voglio raccontarvi è una storia ad Alta
Velocità, dove non esiste tempo per soffermarsi a riflettere,
valutare i giudizi degli esperti, confrontarsi con le istituzioni
locali. Esiste solamente una montagna di denaro senza fine sulla quale
gettarsi con voracità assassina ed una montagna di roccia da
sventrare al più presto per garantire la sopravvivenza del
bengodi. Il progetto per la costruzione della Linea ferroviaria
Alta Velocità – Alta Capacità Torino – Lione
si è evidenziato fin da subito come il più scellerato ed
economicamente dispendioso dell’intero programma Tav e la nostra
storia vuole entrare nel merito delle motivazioni che hanno spinto
decine di migliaia di persone ad osteggiarlo con veemenza fin dalla sua
nascita. L’intenzione
dei progettisti è quella di costruire un tracciato che partendo
da Settimo Torinese (periferia nord est di Torino) attraversi buona
parte della Valle di Susa per poi sbucare in Francia attraverso un
tunnel di 52 km sotto il massiccio dell’Ambin. Tale
tracciato accreditato come parte integrante di un fantomatico
“Corridoio 5 Lisbona – Kiev” viene definito
indispensabile ed irrinunciabile dalla maggior parte degli uomini
politici di ogni razza e colore, nonché dalla Confindustria e da
tutti i poteri forti che attendono di spartirsi le enormi somme di
denaro garantite dall’opera per almeno i prossimi 15 anni.
Le ragioni addotte per suffragare la necessità assoluta del
progetto si sono sempre limitate a demagogiche affermazioni secondo le
quali la Torino – Lione sarebbe indispensabile al rilancio del
Piemonte che senza di essa resterebbe isolato dall’Europa, oppure
a proclami privi di fondamento secondo i quali l’opera risulta
indispensabile per l’innovazione del sistema dei trasporti
italiano e garantirà un enorme ritorno sia dal punto di vista
economico che da quello occupazionale. E’ stata anche ventilata,
in realtà senza troppa convinzione, la necessità di
garantire attraverso l’opera la gestione del supposto futuro
incremento dei flussi passeggeri e commerciali, nonché
ipotizzato un futuro trasferimento alla rotaia del traffico su gomma
tramite le navette in grado di trasportare i Tir, con conseguenze
positive in termini d’inquinamento ambientale. Quando
le commissioni tecniche, scientifiche e gli esperti hanno iniziato nel
corso degli anni ad analizzare il progetto nelle sue varie
sfaccettature è però emersa una realtà in profonda
distonia con le roboanti dichiarazioni della folta schiera di politici,
pennivendoli e mestieranti vari che si sono prodigati e si prodigano
nel tentativo di dare alla Torino – Lione una patente di
“opera necessaria” che non ha assolutamente ragione di
esistere. Quella di un Piemonte isolato dal resto d’Europa
è un’affermazione talmente assurda da meritare di
albergare solo nella fantasia di una mente malata. Lungo la sola la
Valle di Susa passano infatti attualmente circa il 35% delle merci che
valicano le Alpi, troppe veramente per una regione in stato
d’isolamento.
La Valle di Susa è una valle alpina larga in media solamente 1,5
km con abbondanza d’insediamenti abitativi ed industriali.
Attraverso di essa già oggi passano un’autostrada, due
strade statali, una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio
binario, un fiume, molteplici strade provinciali, acquedotti,
condutture del gas, linee elettriche aeree ed interrate.
Dovrebbe essere evidente per chiunque come una realtà naturale
già così fortemente violentata non sia assolutamente in
grado di sostenere il peso di nuove pesanti infrastrutture, se non al
prezzo di conseguenze disastrose sia per il territorio che per la
qualità di vita di coloro che lo abitano.
La costruzione della Torino – Lione comporterà nella sola
parte italiana l’estrazione dalle gallerie di 16 milioni di metri
cubi di smarino (almeno 6 volte il volume della piramide di Cheope) per
i quali occorreranno 2.500.000 passaggi di camion solo per stoccare
nelle varie discariche i materiali di risulta. I recenti studi
d’ingegneria dei trasporti affermano che quando tra una
quindicina di anni l’opera sarà terminata solo l’1%
dell’attuale traffico su gomma si trasferirà sulla
ferrovia. La contropartita di questo deludente risultato sarà
pagata in maniera salatissima dai cittadini della Valle e della cintura
di Torino, in quanto si calcola che durante questi 15 anni almeno 500
camion circoleranno giorno e notte per il trasporto dei materiali di
scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio, con il conseguente aumento
d’inquinanti, polveri e rumore.
Oltre ai grossi rischi di natura idrogeologica focalizzati nella bassa
valle, ad elevato rischio alluvionale, le cui conseguenze potrebbero
ripercuotersi in maniera drammatica anche sulla città di Torino,
gli studi hanno messo in evidenza due punti di estrema criticità
del progetto Alta Velocità – Alta Capacità Torino
– Lione. Il
primo riguarda la galleria di 23 km Musinè/Gravio che dovrebbe
attraversare un terreno caratterizzato da rocce ricche di amianto.
Secondo le analisi commissionate dalla Rete Ferroviaria Italiana ai
geologi dell’Università di Siena il volume previsto di
materiale estratto contenente amianto dovrebbe essere di almeno
1.150.000 metri cubi. Non risulta sia stato previsto alcun piano
di sicurezza volto ad impedire la dispersione delle fibre
d’amianto durante le fasi di lavorazione e di stoccaggio. La
metà del materiale estratto contenente amianto (paragonabile per
volume ad un grattacielo alto 400 metri) è previsto sia stoccata
in un sito a cielo aperto nei pressi del comune di Almese, senza
nessuna protezione e giocoforza esposto ai forti venti di fhon che
spesso soffiano nella valle (mediamente per 40 giorni all’anno)
in direzione Torino.
In un dossier curato dal dottor Edoardo Gays, oncologo
dell’ospedale San Luigi di Orbassano viene sottolineato come
l’amianto, riguardo al quale non esiste per l’uomo una
soglia minima di tollerabilità, causa oltre ad altre affezioni
il mesotelioma pleurico, un tumore maligno che si manifesta anche dopo
15, 20 anni dall’inalazione delle particelle, esso porta al
decesso in media entro 9 mesi dal momento della diagnosi ed ha un tasso
di mortalità nell’ordine del 100%.
Sempre il dottor Gays nel suo studio esprime grossa preoccupazione per
le conseguenze degli scavi e dello stoccaggio dei materiali contenenti
amianto sulla salute dei cittadini ed afferma che alla luce di queste
condizioni le morti per mesotelioma rischieranno di aumentare di oltre
100 volte su scala regionale. Il
secondo punto critico è costituito dal tunnel di 52 km che
dovrà correre sotto il massiccio dell’Ambin, preceduto da
una galleria di prospezione lunga oltre 7 km e del diametro di 6 metri.
All’interno del massiccio dell’Ambin sono infatti presenti
numerosi giacimenti di uranio, come documentato dal CNR fin dal 1965.
Per maggior precisione il materiale presente è pechblenda, una
forma particolarmente radioattiva.
Una parte dello smarino estratto sarà perciò con tutta
probabilità carica di radioattività ed estremamente
pericolosa sia in fase di scavo che di stoccaggio.
L’uranio si disperde nell’aria e può essere inalato,
inoltre contamina le falde acquifere e va ad inquinare i corsi
d’acqua che possono essere utilizzati per l’irrigazione.
L’uranio se inalato o ingerito provoca contaminazione interna e
può essere causa di linfomi e leucemie.
Occorre anche sottolineare che la distribuzione delle falde acquifere
all’interno del massiccio dell’Ambin è estremamente
complessa e le conseguenze degli scavi rischiano di compromettere
gravemente il sistema idrografico dell’area, come già
avvenuto nel corso degli scavi delle gallerie per la linea Alta
Velocità Firenze – Bologna nella zona del Mugello. Se
alla luce delle analisi fin qui esposte il progetto della linea
ferroviaria Alta Velocità – Alta Capacità Torino
– Lione si dimostra in maniera incontrovertibile un’opera
altamente pericolosa per la salute e l’incolumità dei
cittadini, non solo della Valle di Susa ma anche della cintura torinese
e del capoluogo stesso, anche gli studi inerenti
all’utilità ed al ritorno economico del tracciato mostrano
imbarazzanti incongruenze nel merito delle quali non si può
evitare di entrare. I traffici di lunga distanza sull’asse
Lisbona – Kiev, che motiverebbero il concetto di “Corridoio
5” sono ad oggi irrilevanti. Il traffico passeggeri di lunga
distanza si muove e si muoverà in aereo, poiché risulta
ampiamente dimostrato come le ferrovie ad Alta Velocità non
siano assolutamente competitive nelle distanze superiori ai 500 km.
I traffici merci di lunga distanza sono estremamente esigui, la
velocità non è un requisito fondamentale (basta osservare
il successo delle ferrovie statunitensi con velocità commerciali
nell’ordine dei 30 km/h.) anzi contribuisce ad aumentare i costi
a dismisura, favorendo sull’asse in oggetto l’alternativa
marittima. L’attuale
linea ferroviaria Torino – Modane è oggi utilizzata
solamente al 38% della sua capacità. Le navette predisposte per
il caricamento dei Tir sono state usate solo durante il breve periodo
di chiusura del Frejus, altrimenti partono ogni giorno vuote. Gli
unici due treni giornalieri del collegamento ferroviario diretto Torino
– Lione sono stati soppressi per mancanza di passeggeri.
Una scarsità di traffico davvero disarmante per una direttrice
così importante da giustificare l’investimento di 21
miliardi di euro (la metà dei quali di competenza italiana) al
fine di dotarla di una linea ad Alta Velocità.
Negli anni passati, quando ancora la pesante crisi economica europea
non si era manifestata in tutta la sua interezza, il governo aveva
affidato ad una società molto quotata, la Setec Economie il
compito di valutare i benefici dell’opera.
Tale società aveva analizzato i volumi tendenziali di traffico
per gli anni a venire, stimando con un ottimismo che alla luce della
contrazione odierna del mercato non può che far sorridere, un
volume di traffico che avrebbe dovuto attestarsi nel 2015 intorno ai
174 treni/giorno. La linea esistente, una volta effettuati gli
interventi di potenziamento previsti, molti dei quali già in
corso dovrebbe consentire già nel 2008 una capacità di
circa 220 treni/giorno, un valore ampiamente compatibile con qualsiasi
ottimistica previsione.
Alla luce di questi dati si stenta veramente a comprendere, se non
nell’ottica della spartizione mafiosa dei finanziamenti pubblici,
per quale arcana ragione anziché perseguire lo sfruttamento
della linea attuale ottimizzandone le potenzialità,
s’intenda invece portare a termine un progetto totalmente inutile
come quello della linea ferroviaria Alta Velocità – Alta
Capacità Torino – Lione, finalizzata ad una
capacità di trasporto superiore di oltre 5 volte agli attuali
livelli di traffico, oltretutto alla luce del fatto che detti livelli
anziché in crescita esponenziale come si prevedeva nel passato
sono scesi del 9% solamente nell’ultimo anno.
Appare inoltre lapalissiano come il costo esorbitante di un’opera
di queste dimensioni, stimato in circa 11 miliardi di euro per la sola
competenza italiana e passibile (come l’esperienza ci insegna) di
ulteriori notevoli incrementi durante i 15 anni di lavori, non
potrà assolutamente essere ammortizzato attraverso i ricavi
derivanti da un traffico composto da elementi di sola fantasia. Tale
costo ricadrà per forza di cose sulle spalle di tutta la
collettività con effetti a dir poco disastrosi. La
storia che ho voluto raccontarvi si è ormai trasformata in pura
cronaca di attualità, una cronaca che vede riproporsi la biblica
lotta di Davide contro Golia. Da un lato i cittadini della Valle
di Susa e tutti gli abitanti dell’area torinese che hanno avuto
la sensibilità e la capacità di riuscire a comprendere i
termini del problema pur attraverso la disinformazione messa in atto
dai grandi media asserviti alle ragioni della politica. Insieme a loro
i sindaci dei comuni della Valle, alcuni studiosi, medici ed esperti
che si manifestano quali spiriti liberi non aggiogati al carro dei
potenti, nonché esigue frange della politica appartenenti ai
Verdi ed a Rifondazione Comunista. Dall’altro
le arroganti falangi del potere, i ministri del governo insieme agli
onorevoli dell’opposizione, fino ad arrivare al Presidente della
Regione Piemonte Mercedes Bresso (donna che per l’occasione
è giunta al punto di abiurare ogni parola esperita in tanti anni
di militanza ambientalista) ed al sindaco di Torino Sergio Chiamparino.
Tutti uniti, coesi, forti di quella protervia che deriva loro dalla
consapevolezza di poter gestire l’opinione pubblica attraverso le
televisioni, i giornali e gli esperti compiacenti, convinti di potere
reprimere ogni forma di protesta con la furia belluina della polizia e
la militarizzazione del territorio. Il
primo scontro si è già svolto il 31 ottobre, quando il
potere ha usato i manganelli della polizia per bastonare i tanti,
tantissimi cittadini, nonché alcuni sindaci che si erano
inerpicati sulla montagna sopra Monpantero nel tentativo
d’impedire la conquista del primo lembo della loro terra, sul
quale sarebbe stata installata la prima trivella a sancire di fatto
l’inizio dell’opera. Il lembo di terra è stato
conquistato solo con l’ausilio dell’inganno, in maniera
probabilmente illegale ed è ora presidiato dalla polizia. Le
trivelle non hanno ancora potuto mettersi in moto ma la Presidente
della regione Piemonte Mercedes Bresso ed il sindaco di Torino Sergio
Chiamparino si sono già espressi con durezza, affermando che la
ferrovia Alta Velocità – Alta Capacità Torino
– Lione si farà in ogni caso, poiché si tratta di
un progetto irrinunciabile e nessun tipo di protesta riuscirà ad
impedirne la realizzazione.
In risposta al rifiuto di ogni dialogo che non passi attraverso
l’uso dei manganelli da parte delle istituzioni, il 16 novembre
tutta la Valle di Susa si è fermata, unita in uno sciopero
generale contro l’ennesima violenza perpetrata nei confronti del
territorio e dei suoi abitanti. Almeno 80.000 persone di tutte le
età e di tutti i ceti sociali hanno ribadito pacificamente ma
con estrema fermezza il proprio no alle trivellazioni e alla
militarizzazione della loro terra. La
storia ovviamente non finisce qui e come tutte le storie potrà
riservare infinite sorprese anche a coloro che si sentono onnipotenti
quando tengono in mano il bastone del potere. I contestatori NO TAV
della Valle di Susa potrebbero un giorno di questi apparire al resto
d’Italia nella loro veste reale, non uno sparuto gruppo di
estremisti ecologisti, no global, luddisti, nemici del progresso,
bensì semplicemente tanti cittadini coraggiosi disposti a
mettersi in gioco e lottare per difendere i loro diritti, la propria
salute e la propria terra. Quel giorno potrebbero diventare
tantissimi e poi ancora di più, così tanti da uscire
dall’invisibilità nella quale si è cercato per
lungo tempo di nasconderli, troppi perché i poliziotti possano
bastonarli tutti, ed allora forse inizierà una storia diversa
che parlerà di treni costruiti per essere utili alla
qualità di vita dell’uomo e non di uomini sacrificati nel
nome dei treni e della velocità.
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