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Il Foglietto del 13/12/2005, 21/12/2005, 11/01/2006
Approfondimento
La Tav nella Valle di Susa, a chi serve?
di Giovanni Damiani*
Le popolazioni della Val di Susa, mobilitate contro l'apertura del cantiere per la realizzazione della linea Tav,
hanno posto questioni politiche profonde che vanno ben oltre le pur serie e prevedibili conseguenze
sull'impatto ambientale.
La prima è se l'imponente opera effettivamente serva o meno… a fronte dei prezzi che si sostiene sia
necessario pagare. Forse è per il timore di un ragionamento profondo su questo punto (degli altri parlerò nei
prossimi numeri) che la controffensiva dei propugnatori dell'opera e dei cultori acritici di questo modello di
sviluppo, ha assunto toni di oggettiva "criminalizzazione" della lotta in corso, con trovate tipo: "non possiamo
rimanere tagliati fuori dall'Europa".
Non è assolutamente vero che il corridoio Tav sarà il cardine della connettività fra l'Italia ed il resto d'Europa.
La mobilità delle persone e delle merci in aree così complesse e con funzioni distribuite sul territorio non
avviene su un corridoio preferenziale, individuato e definito come il solco dell'alveo di un fiume, bensì per
sistemi trasportistici,multimodali, integrati e connessi attraverso" maglie" di una rete. Ne consegue che
prioritariamente vanno affrontati i problemi della rete nazionale che dovrà sostenere il 95% dei traffici e la
connettività con l'Europa, e che necessita del miglioramento delle sedi e del materiale rotabile, di tecnologie
avanzate per la sicurezza, segnalamento e miglioramento della circolazione, di programmi integrati di
esercizio, e di qualche potenziamento infrastrutturale nei nodi saturi come quelli di Torino. La Valle di Susa,
larga mediamente soltanto 1,5 km, con insediamenti abitativi ed industriali, è già solcata da un'autostrada,
due strade statali, una linea ferroviaria a doppio
binario, strade provinciali, acquedotti, condutture del gas, elettrodotti aerei ed interrati. La Tav prevede di
aggiungervi una nuova linea il cui tracciato si snoda da Settimo Torinese (periferia di Torino), attraversa la
Valle per arrivare in Francia, bucando il massiccio dell'Ambin con un tunnel di 52 km. Tale linea sarebbe
necessariamente dedicata, funzionalmente separata, esclusiva per i treni Tav (e così inutilizzata per la
maggior parte del tempo della giornata), al servizio di una minoranza di fruitori (paganti molto) per trasporti di
lusso a 300 km/ora. Per attraversare a quella velocità la galleria prevista un passeggero impiegherebbe 10,4
minuti.
Adeguando e migliorando, invece, la linea esistente ed oggi utilizzata al 50% della sua potenzialità, con un
pendolino a 180 km/ora sullo stesso percorso si impiegherebbero 17,3 minuti. Sono i circa 7 minuti…(6,9,
per l'esattezza) da guadagnare col nuovo tunnel che ci dividerebbero dall'Europa? E questo mentre si
risparmia, per il resto, persino sulle pulizie delle vetture e si sono registrate infestazioni da pidocchi, pulci e
zecche. Per la quasi totalità delle merci poi la velocità alta non è un requisito essenziale, mentre lo sono la
costanza della velocità stessa e l'organizzazione efficiente del servizio. Negli Usa si sono registrati successi
notevoli e preferenza per il sistema di spedizioni a velocità di 30 km/ora. Da noi, se rendessimo mediamente
costanti trasferimenti a 60 km/ora, un pacco spedito da Roma alle 19 sarebbe a Venaus alle 7 del mattino!
Costando notevolmente di meno…
Alta velocità: costi ingenti, benefici irrisori
di Giovanni Damiani*
La linea Alta Velocità in Val di Susa non risponde ad alcuna esigenza democratica né è basata su necessari
studi seri ed attendibili. Quando le FF.SS. agivano sulla base di studi tecnici sviluppati al proprio interno,
l'A.V. era ritenuta improponibile per i suoi costi ingentissimi (ben superiori a quelli previsti per il ponte sullo
stretto di Messina), a fronte di benefici irrisori.
Pesavano sul giudizio, inoltre, le caratteristiche orografiche del nostro Paese ed altre priorità in campo
trasportistico.
L'A.V . era esclusa, ad esempio, nel preliminare al Piano Nazionale dei Trasporti del 1983. Il progetto però
prende avvio comunque nel 1984, con il ministro dei trasporti Signorile, che approvava, senza fondamento
tecnico, il nuovo tracciato, avviava una gestione "politica" delle FF.SS. Con l'amministrazione Ligato e
costituiva la società Italferr Sis Tav spa, con capitale integralmente delle ferrovie. Nel 1987 veniva approvata
la legge 80, che consentiva di derogare alle norme europee, di poter effettuare gare riservate e di pervenire,
attraverso l'affidamento in concessione, alla progettazione ed alla costruzione dell'opera con sole imprese
italiane.
Colossi industriali, tra cui la Fiat, l'Iri, l'Eni, costituirono così consorzi di imprese che si candidarono ad
assumere gli incarichi. La procedura fu accelerata per pervenire ad uno stato di fatto prima della fine di
dicembre 1992, oltre la quale scattava l'obbligo inderogabile di condurre gare ad evidenza pubblica europea.
Nel dicembre del 1992, le FF.SS. si trasformano in spa e, dopo le dimissioni di Ligato e del cda delle
ferrovie, l'A.V. subisce una battuta d'arresto. Il commissario straordinario Schimberni, nominato con il preciso
mandato di procedere al risanamento dell'Ente, bloccò le procedure del progetto faraonico e indirizzò gli
investimenti sulle necessità di risanamento dell'intera rete ferroviaria italiana per adeguarla, tra l'altro, ad una
velocizzazione diffusa attorno all'obiettivo di circa 200 km/ora.
Il Parlamento bocciò il "piano Schimberni" anche perché al voto dei fautori dell'alta velocità si aggiunse
quello dell'opposizione alla prevista riduzione del personale delle ferrovie.
Così, con le dimissioni del commissario, subentra Necci e con la legge finanziaria del 1993 la linea politica è
completamente capovolta: rilancio della Tav e tagli severi sui fondi destinati alla rete ferroviaria ordinaria, i
cui risultati abbiamo potuto apprezzare attraverso la cronaca e l'esperienza recenti. I fondi disponibili
possono essere ri-orientati verso l'opera faraonica anche perché non c'è imprenditoria privata che rischi
qualcosa con un project financing. La società Tav, infatti, è nominalmente privata (capitale pubblico 40%), e
così può evitare gare di appalto e procedere all'affidamento dei lavori e delle forniture ai consorzi di imprese
costituite… ma è anche pressoché interamente coperta da finanziamenti e garanzie pubbliche per cui il
costo globale degli impegni finanziari dello Stato, ad eccezione dell'affitto della linea, è stimato attorno
all'86% del costo complessivo presunto.
Sulla Tav due linee politiche a confronto
di Giovanni Damiani*
L'opposizione all'alta velocità è una lotta di civiltà, democratica, a favore del treno, il mezzo di trasporto
terrestre attualmente più economico e sostenibile. Le popolazioni della Val di Susa hanno fatto emergere,
con chiarezza, le due linee politiche che si fronteggiano sul campo. La prima, quella del governo attuale e di
tanti fautori dell'AV, è quella che sostiene che "il progresso" consista nella "crescita" ad ogni costo, che il "benessere" si misuri simbolicamente con il raggiungimento di vette di consumismo, grandi opere
mirabolanti, velocità estreme. La seconda linea è quella che si (e ci) pone il problema di fissare finalmente
un limite allo sperpero ed alla devastazione del territorio e che reclama che i fondi (ingentissimi) previsti per
la realizzazione e la gestione di opere-simbolo speculative, vengano re-distribuiti per avere per tutti e
ovunque sistemi di trasporto efficienti, diffusi, di buona rapidità, puliti, confortevoli e sicuri.
E' la messa in
discussione del mito delle olimpiadi (sintetizzatonello slogan: più veloce, più in alto, più forte) al quale
Alexander Langer, uomo delle Alpi e personalità mitteleuropea, aveva contrapposto, fin da 10 anni fa, con la
sua tipica genialità, un sano "lentius, profundis, suavius" (più lento, più profondo, più dolce…). Una sinistra
capace di futuro dovrebbe fare una riflessione profonda ed analizzare con un minimo di scientificità le
vicende Tav, almeno alla luce delle tre componenti della "sostenibilità", messe a fondamento del Piano di
Azione dell'Unione Europea: quella economica, ecologica e sociale. Dal punto di vista economico, l'AV non
ha storia: è totalmente, clamorosamente passiva. Dal punto di vista ecologico, le considerazioni sull'impatto
ambientale poste dalle popolazioni appaiono fondate e insuperabili: le emissioni in fase di cantiere che
durerebbe una ventina d'anni; lo smarino delle perforazioni; l'amianto; l'uranio; la questione delle falde
idriche. Chi scrive, dall'Abruzzo, può testimoniare le conseguenze dei due tunnel autostradali sotto il Gran
Sasso d'Italia (13 km di doppio traforo) dove c'è stato l'abbassamento del livello piezometrico delle falde
idriche di ben 600 metri per l'intera estensione del massiccio, la perdita di sorgenti, il dimezzamento della
portata di fiumi ecologicamente preziosi come il Tirino, in area del Parco Nazionale. Quei lavori sono costati
13 lavoratori morti: uno a km, rientranti nello "standard" del numero di vittime per questa tipologia di opere.
Sempre dal punto di vista ecologico, è il concetto stesso di AV ad evocare un delitto termodinamico in
quanto, per incrementare di poco velocità già estreme, sono richiesti fabbisogni energetici crescenti in
maniera esponenziale. L'Etr 500, infatti, si compone di due motrici, una in testa e l'altra in coda al convoglio,
che richiedono una potenza elettrica media alla ruota di ben 8,8 megawatt…mentre non ci vengono dette le
potenze richieste per il mantenimento della velocità di 300 km/ora. Senza contare il problema del rumore a
quella velocità. Dal punto di vista sociale, insopportabili sono i costi che produrrebbero i cantieri in Val di
Susa, i rischi severi per i lavoratori impegnati e il degrado del resto delle reti ferroviarie.
Degrado che con la strage sulla linea Frosinone-Cassino è tornato così all'evidenza che, in quei giorni, non
si èpotuta tenere l'inaugurazione (precoce) della tratta Tav Roma-Napoli, per non mostrare sui media le due
linee politiche ed i loro risultati a confronto.
* Giovanni Damiani, tra i massimi esperti di problemi ambientali in Italia, già consigliere ed assessore
regionale in Abruzzo, direttore dell’Anpa, membro della commissione VIA e attualmente docente presso
l’Università della Tuscia di Viterbo
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