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7 marzo 2006
L'opera prima di tutto
di Maria Rosa Vittadini
Un'opera,
quella dell'Alta Velocità, che ormai va avanti per moto proprio,
fra la retorica del "non bisogna restare indietro" e interessi che
c'entrano poco con un piano razionale, non solo ferroviario, dei
trasporti. La legge obiettivo che esautora i poteri locali doveva
riguardare 4 o 5 opere, non 200. I fantomatici clienti dell'Alta
velocità. I veri problemi sono attorno alle conurbazioni.
Intervista a Maria Rosa Vittadini.
Maria Rosa Vittadini è docente di Tecniche di analisi urbane e
territoriali presso la Facoltà di Architettura di Venezia,
Dipartimento di Pianificazione del territorio. Dal 1998 al 2002
è stata Direttore generale del Servizio Valutazione dell'impatto
ambientale del Ministero dell'Ambiente. Fra gli altri incarichi
ricoperti, è stata Presidente del Gruppo di lavoro "Ambiente e
Territorio" nell'ambito della Commissione Intergovernativa
italo-francese per la realizzazione della linea ferroviaria
Torino-Lione (1996-2000).
Quando nasce l'idea dell'alta velocità in Italia?
Il primo episodio di linea ferroviaria ad alta velocità è
stata la Roma-Firenze, nata da una legge anticongiunturale del 1968 con
due principali obiettivi: sostenere l'economia del Paese attraverso una
consistente spesa pubblica e mettere le ferrovie, dal punto di vista
del finanziamento, sullo stesso piano delle autostrade, che avevano
goduto fino a qual momento condizioni di assoluto favore. Bisogna
ricordare infatti che il finanziamento delle ferrovie, allora FS
azienda di Stato, richiedeva apposite leggi, nelle quali il costo di
ciascuna opera era fissato per norma. Poiché la forte inflazione
di quei tempi erodeva velocemente il valore del denaro, le somme
stanziate non erano mai sufficienti a completare le opere, che per lo
più procedevano con esasperante lentezza, attraverso successive
leggi finanziamento. Tutt'altra vicenda per le autostrade. Queste erano
finanziate mediante l'affidamento a un concessionario che avrebbe
dovuto ripagarsi attraverso il pedaggio nell'arco trentennale di durata
della concessione. Alle entrate da pedaggio si aggiungeva un contributo
pubblico a fondo perduto dell'ordine del 30-35% dell'investimento;
scaduti i trent'anni l'infrastruttura doveva tornare nell'ordinaria
amministrazione dello Stato. Ma qualora la concessionaria non fosse
stata in grado di far quadrare i bilanci, la garanzia dello Stato sui
mutui provvedeva a salvare la concessionaria dal fallimento. Questo
meccanismo garantiva quindi la realizzazione dell'autostrada nella sua
completezza anche quando i costi si rivelavano assai superiori a quelli
previsti nel piano finanziario oppure quando il traffico si rivelava
assai inferiore. Questa prassi di assoluta irresponsabilità
delle concessionarie autostradali era così diffusa e così
preoccupante per l'equilibrio dei conti pubblici che negli anni
Settanta si ebbero, in rapida succession
e, diverse norme di blocco della costruzione di nuove autostrade che
sono rimaste in vigore fino a tutti gli anni Novanta. La
modalità "straordinaria" di finanziamento della linea
ferroviaria Firenze-Roma nella legge anticongiunturale del 1968 cercava
di rincorrere il modello autostradale, cosa che tuttavia non
renderà più veloce la realizzazione della nuova linea,
durata circa vent'anni. Ancora è bene ricordare che gran parte
delle difficoltà e dei costi della Firenze-Roma derivavano dalla
scelta di dedicare la nuova linea a un traffico misto di treni
passeggeri e merci. La presenza dei treni merci richiedeva pendenze
limitate, con un massimo di otto per mille, e dunque, nell'ambiente
orografico dell'Appennino centrale, una successione continua di
viadotti e gallerie. Quella scelta, pure assai costosa, individuava nel
trasporto delle merci una delle grandi priorità
dell'ammodernamento ferroviario e metteva l'Italia all'avanguardia
nella innovazione tecnologica delle ferrovie sulle lunghe distanze.
L' impostazione "mista" delle nuove linee ferroviarie veniva del tutto
stravolta negli anni Ottanta, al tempo della maturazione del
complessivo progetto Alta Velocità. Di fronte alla continua
perdita di quote di mercato delle ferrovie italiane non erano
infrequenti teorizzazioni, non solo provocatorie, circa la
razionalità di abbandonare la ferrovia tradizionale, considerata
una tecnologia del passato. Secondo tali teorie l'unica componente che
poteva essere salvata erano quei 5-6000 chilometri di ferrovia che
raccordavano le grandi città e che erano, allora come oggi, la
sola parte intensamente usata dei circa 16.000 chilometri di rete.
Linee nuove, ad alte prestazioni (250-300 km/h), dedicate
esclusivamente ai passeggeri, avrebbero trovato una domanda disposta a
pagare, così da rendere remunerativo l'investimento. L'entrata
in esercizio del TGV francese, specializzato per il solo traffico
passeggeri, forniva negli stessi anni un riferimento di successo.
In questo clima iniziale nasce il progetto italiano dell'Alta
Velocità ferroviaria (AV), formato dalla grande T delle linee da
Torino a Venezia e da Milano a Napoli a cui poi si era aggiunta la
Milano-Genova. Le nuove linee ricalcavano idealmente il tracciato delle
linee forti della rete tradizionale, ma erano da esse tecnologicamente,
funzionalmente e societariamente separate: sul presupposto che
l'infrastruttura più moderna, ad alta velocità, si
sarebbe ripagata con i proventi del traffico e che per questo poteva
essere affidata in concessione ad una società a maggioranza di
capitale privato: la TAV (Treno Alta Velocità, 60% di capitale
privato e 40% di capitale pubblico).
Il finanziamento "modello autostradale" aveva fatto scuola.
Nella lunga evoluzione del progetto si può leggere bene
l'assoluta insussistenza del presupposto del finanziamento privato e il
faticoso affievolimento successivo dei criteri di separatezza: i primi
progetti erano nuove linee lontane da quelle esistenti, con pochissimi
raccordi, e pochissime fermate. La Torino-Milano-Venezia, ad esempio,
doveva permettere il passaggio di treni a 300 all'ora senza altre
fermate che in quelle tre città. Peccato che la domanda
interessata a questo modello di esercizio fosse irrilevante, mentre la
domanda scambiata tra i nove capoluoghi di provincia o di regione posti
lungo la linea fosse assai intensa, ma di percorrenza medio-breve,
assai poco avvantaggiata dall'altissima velocità prevista.
Man mano che il progetto AV entrava nel merito dei problemi,
nell'analisi della domanda, nel problema dei costi, man mano che si
capiva come le nuove linee si integravano con il territorio e con il
resto del sistema dei trasporti, l'impostazione separata veniva meno. A
questo contribuiva l'intenso dibattito sviluppato dai tecnici
più attenti, come Guglielmo Zambrini e dalla cultura
ambientalista. Un dibattito attento non solo agli aspetti ambientali,
ma anche alle conseguenze in materia di politica dei trasporti, di
economia, di costi sociali. Sotto l'insieme di queste spinte il
progetto si è un po' modificato. Perciò oggi non si
può dire che l'alta velocità sia totalmente separata. Le
interconnessioni con le principali città ci sono, anche se la
separatezza sussiste ancora nella differente tensione di alimentazione
tra linee vecchie e linee nuove e nelle caratteristiche dei tracciati
che impediscono la completa inter operabilità per il trasporto
merci. Non c'è dubbio che se il progetto AV fosse nato con
l'obiettivo di far rendere al meglio i 16.000 chilometri di ferrovia
esistenti, sarebbe stato un progetto completamente diverso. Nel
1997-1999 c'è stata una Verifica, attuata da una commissione
composta da tecnici nominati in parte dal Ministero e in parte della
TAV, su richiesta del Parlamento. I risultati non sono stati molto
favorevoli.
Il progetto che si era andato definendo, come ho detto, prevedeva un treno a 250-300 chilometri all'ora, con pochissime interconnessioni, "intrinsecamente
specializzato" per i passeggeri e alimentato con una tensione diversa
rispetto a quella delle linee esistenti. Le merci potevano passare solo
di notte e dovevano essere merci leggere. La giustificazione di tali
caratteristiche si basava ancora una volta sul presupposto del
finanziamento privato: c'è un mercato per queste alte
velocità e una domanda disposta a pagare. Poiché si
tratta di un'impresa capace di autofinanziarsi, la realizzazione
dell'alta velocità non sottrae risorse ad altre priorità
del sistema dei trasporti, come il trasporto di merci o i servizi per i
passeggeri locali, ai quali anzi verranno lasciate le linee esistenti
Nella verifica parlamentare molti di questi aspetti sono stati
smentiti. Il re era nudo davvero: emerse che la velocità di
250-300 all'ora rispondeva più a un'ansia di primati che non a
qualche reale necessità. La domanda di lunga e lunghissima
percorrenza, quella interessata alle altissime velocità, era
infatti assai modesta; sussistevano invece grandi quantità di
domanda potenziale sulle distanze medie e brevi e soprattutto per le
merci. Emerse anche che i costi erano fortemente sottostimati e che il
finanziamento privato era privo di qualsiasi credibilità.
Tuttavia la Verifica si inserì in un periodo in cui, per quanto
riguardava la linea Milano-Napoli, i progetti erano molto avanzati ed
era evidente la necessità di un aumento di capacità nella
Milano-Bologna e nella Firenze-Bologna. Su quelle tratte la domanda
c'era, anche se in gran parte formata da passeggeri di medio-breve
distanza e da merci. Si temette che pretendere un rifacimento dei
progetti avrebbe portato ad anni di ritardo. Si concordò quindi
con la necessità di portare avanti i progetti iniziati,
riservandosi di vedere nella gestione come migliorare le cose. Invece
sulla Torino-Milano-Venezia, i cui progetti era molto meno avanzati, le
conclusioni della Verifica indicavano la possibilità reale di
modificare l'impostazione progettuale. Questa possibilità si
infranse rapidamente contro l'enorme scoglio costituito dalla
preoccupazione dei general contractors di fronte a qualunque
cambiamento dei progetti. Infatti nuovi progetti avrebbero necessariamente riaperto la questione dell'affidamento mediante gara,
mettendo in forse i contratti già stipulati senza alcuna gara.
La difesa di questi interessi si tradusse nella difesa strenua del
progetto, così che i cambiamenti furono davvero modesti e
l'unica vera innovazione fu il passaggio terminologico da Alta
Velocità ad Alta Capacità. Ma
qual è la differenza fra l'alta capacità e l'alta
velocità? Il progetto è sempre lo stesso, ma cambia nome
man mano che si scopre che i flussi prima di persone, e poi di merci,
non sono sufficienti a giustificarle. Fino ad avere l'impressione che
le esigenze di trasporto non abbiano alcun rilievo per la decisione di
costruire o meno l'opera.
Bisogna distinguere. La Milano Bologna è una linea satura, porta
già 220-230 treni al giorno. I miglioramenti possibili sono
marginali, ci vuole una nuova capacità. Una delle cose
più interessanti emerse dalla Verifica era la necessità
di ragionare in termini di rete e non di singole linee e
l'individuazione delle necessità di potenziamento sulla base di
concrete evidenze di saturazione delle linee e dei nodi. Secondo tale
impostazione, ad esempio, non era necessario realizzare subito tutta la
Torino-Milano-Venezia, ma era assolutamente prioritario potenziare il
nodo da Torino fino a Chivasso, il nodo di Novara e la tratta fino a
Milano; la Milano-Brescia e il nodo intorno a Venezia. Ovvero quelle
tratte e quei nodi dove si sovrapponevano traffici di lunga e di breve
distanza e anche il traffico merci. Non bisogna mai dimenticare che la
grande emergenza del sistema nazionale dei trasporti sono piuttosto le
aree metropolitane che i trasporti a lunga distanza. Per questi
ultimi le infrastrutture ci sono e basterebbe utilizzarle in maniera
più efficiente. Manca invece capacità nei nodi e nelle
linee che servono le conurbazioni e i grandi territori metropolitani:
su quelle occorre investire prioritariamente. Dunque il risultato della
Verifica parlamentare fu che per la Milano-Napoli sarebbe costato
troppo tornare indietro, ma che invece era necessario cambiare la
logica della Torino-Venezia. Il governo in carica in quel momento, un
governo di centrosinistra, si oppose ferocemente a quello che chiamava
"lo spezzatino", ovvero l'intervento sulle sole tratte e nodi
prioritari. Nonostante il fatto che sulla Torino-Milano, ad esempio, la
tratta tra Chivasso e Novara fosse assai scarica. Purtroppo il governo
di centrosinistra decise, per la Torino-Milano, di partire con la
realizzazione della parte centrale, la Torino-Novara-Malpensa, sotto
l'egida delle Olimpiadi, ovvero proprio la parte che serviva di meno.
Questa è una logica perversa, ma è una logica
persistente, che riecheggia in molte posizioni oggi espresse sulla
Torino-Lione. Posizioni basate su atmosfere e suggestioni,
inconsistenti ricami intorno alla parola "strategico", e portate
avanti, purtroppo, da un amplissimo arco di politici di diverso
orientamento, che non si preoccupano affatto di capire qualcosa sulla
consistenza della domanda, sulla possibilità reale di trasferire
traffico dalla strada alla ferrovia, sui costi e sui benefici e sulla
loro distribuzione. E, ovviamente, neppure sugli impatti ambientali.
Sono posizioni che raccontano di sogni, di atmosfere, non di cose. "La
linea è strategica per il futuro del Paese": che cosa vuol dire?
"E' strategica per portare dal sopra le Alpi al sotto le Alpi il
traffico di transito": a me pare un danno piuttosto che un obiettivo.
Qual è il disegno del sistema dei trasporti che deve servire il
sistema delle città, delle attività, delle
necessità di accesso, dell'insieme di condizioni e di obiettivi
che giustificano, per i trasporti,
la parola "strategico"? Di questi problemi non si parla: si parla solo
di infrastrutture, di autostrade o di nuovi binari, di buchi: si parte
dall'opera. L'opera, senza il disegno al quale l'opera stessa deve
servire, è sempre programmaticamente sbagliata. Di che cosa ha bisogno l'Italia?
Anche ammesso che io potessi, con estrema presunzione, ritenermi
l'unico tecnico capace in questo Paese, cosa molto lontana dalla
realtà, la questione non è solo tecnica, e forse neppure
prevalentemente tecnica. E' soprattutto una questione politica: di
disegno strategico-economico e territoriale, da costruire e da
condividere tra Stato e Regioni e tra Amministrazioni e
collettività amministrate. Il fatto che questo disegno non
esista è il segno della disgregazione profonda di questo Paese,
che bisogna superare, perché senza questo siamo molto in
difficoltà, qualsiasi cosa ci si appresti a fare. La
Torino-Lione mi sembra un buon esempio. Ho partecipato personalmente a
una commissione intergovernativa italo-francese, quando ero al
Ministero dell'Ambiente, che doveva fornire indicazioni sulla
fattibilità della linea. Anzi, i governi non avevano chiesto
alla commissione di valutare la fattibilità, ma di valutare
quali caratteri dovesse avere quella linea per essere in grado di far
transitare 40 milioni di tonnellate l'anno di traffico merci. Non si
trattava, si badi bene, di valutare se esistevano 40 milioni di
tonnellate l'anno, ma quali erano le caratteristiche di una linea in
grado di portarle. E poi i governi hanno chiesto qualche buon consiglio
su quando quella linea, che doveva portare 40 milioni di tonnellate,
fosse logicamente piazzabile nel tempo. Il braccio operativo della
Commissione era Alpetunnel, che svolgeva i lavori di indagine, di
geognostica, ecc. La Commissione aveva poi istituito tre gruppi di
lavoro che dovevano indirizzare e valutare i lavori di Alpetunnel.
C'era il gruppo "tunnel" , che si occupava dell'ingegneria dello scavo
e dello smarino, il gruppo "economia e finanza" che doveva verificare
gli aspetti della domanda e della copertura dei costi e un terzo gruppo
"ambiente e territorio", di cui io ero presidente, e che doveva
occuparsi degli aspetti ambientali. Tutte persone perbene, capaci di
fare il loro mestiere. Il parere finale della Commissione, comunicato
ai due governi nel Rapporto del 2000, non era quello di non fare la
linea. Il parere diceva invece che una linea tale da portare 40 milioni
di tonnellate di merci era fattibile, ma che occorreva tener conto di
una serie importante di indicazioni: senza profonde modificazioni della
politica dei trasporti la nuova infrastruttura non sarebbe servita a
nulla. Perché a renderla utile non basta una politica meramente
ferroviaria, ma una politica globale del sistema dei trasporti, una
politica di scoraggiamento e tariffazione del traffico stradale, una
politica di trasferimento dalla strada alla ferrovia. Solo un insieme
coerente di tali misure non ferroviarie potrebbero rendere l'opera
strategica. In assenza di questa politica - e in questo momento la vedo
assolutamente assente- si tratta solo di buttare via soldi, di fare
un'opera che condividerà la stessa triste sorte di tutti i
valichi ferroviari che oggi abbiamo a disposizione, cioè di
valichi utilizzati per il 30-40 per cento della loro
potenzialità. E' questo che vogliamo? Cominciando a ragionare
nel merito della parola strategicità si dovrebbe arrivare a un
disegno totalmente diverso. Questo non vuol dire che la Torino-Lione
non vada fatta. Vuol dire che può essere fatta solo all'interno
di un disegno che oggi non c'è. Vuol dire che oggi non è
prioritaria, e tutta l'accelerazione impressa a questo progetto
è francamente incomprensibile.
Sempre stando all'interno della vicenda della Val di Susa, che mi
sembra molto emblematica, bisogna fare un passo indietro sulle
procedure di approvazione del progetto previste dalla Legge Obiettivo,
che sembrano fatte apposta per suscitare reazioni delle popolazioni
locali come quelle della Val di Susa. La legge Obiettivo nasceva per
sveltire i tempi per opere ritenute coralmente necessarie e che avevano
lungaggini incomprensibili per veti contrapposti. La Legge Obiettivo
costituiva quindi una procedura di contingentamento dei tempi per la
progettazione e per la valutazione di alcune poche opere, da realizzare
in fretta perché erano presenti tutte le condizioni di
fattibilità, finanziamento compreso. Ci saranno state tre o
quattro opere, in tutto il Paese, a possedere queste caratteristiche.
Ebbene, la legge Obiettivo ha avviato progetti per oltre duecento
opere. Un numero elevatissimo, che di strategico non hanno nulla.
Però, proprio perché questa è la sua
finalità, dal momento in cui l'opera entra nell'elenco della
legge Obiettivo, comincia una procedura che oltre al contingentamento
dei tempi, prevede anche l'accentramento di tutte le procedure di
valutazione ambientale al solo progetto preliminare. Procedure che poi
non saranno ripetute al momento del progetto definitivo. Si tratta di
un autogol anche dal punto di vista degli scopi della Legge Obiettivo,
ovvero della riduzione dei tempi. Il progetto della Val di Susa
è emblematico: ti pare possibile che il Cipe decida che
quell'opera è ambientalmente compatibile e dopo averlo deciso,
vada a fare i sondaggi per vedere se c'è l'amianto? Questo
è incredibile. I sondaggi per vedere se c'è l'amianto
devono essere fatti nell'ambito del progetto preliminare, che poi va
sottoposto alla valutazione dell'impatto ambientale. Allora puoi
coinvolgere la popolazione e mostrare che se scavi lì con
quell'accorgimento, con quella tecnologia, non c'è pericolo. Il
problema di come si prendono le decisioni, in questo modo, non solo non
migliora ma in qualche misura genera conflitto. Si
ha l'impressione che questi profondi errori di democrazia non si
vogliano affatto modificare nel caso di un cambio di governo. Quando si
ripete: non tutte le leggi verranno cambiate, si ha la sensazione
sgradevole che ci si impunterà sul maggioritario o
proporzionale, e cose del genere, ma che invece la legge Obiettivo
piaccia a troppi e faccia comodo al peggio di entrambe le coalizioni,
continuando una tradizione di scarsa trasparenza nel campo delle opere
pubbliche, in continuità con sistemi come quello delle
concessionarie autostradali.
Terrei separati i due piani, quello del finanziamento e quello delle
decisioni e della semplificazione delle procedure che la legge
Obiettivo ha introdotto. Per quanto riguarda la semplificazione delle
procedure penso che tu abbia perfettamente ragione: l'ha fatta il
governo di destra ma poteva farla anche quello di sinistra.
Tuttavia sono convinta che il prossimo governo di sinistra non possa
usare questa legge così come è stata usata finora.
Perché, al di là del disaccordo che si può avere
su queste semplificazioni, il problema è di capire a quali opere
esse possano essere applicate. Un'estensione così generalizzata
di "strategicità" -tutte le opere sono ormai strategiche- porta
al paradossale risultato che non ci sono più priorità, e
che quindi l'ordine reale delle priorità, al momento di
selezionare le cose da fare con le risorse comunque scarse,
deriverà da qualche altra logica. Questa logica "altra" tuttavia
non farà più parte di nessun piano né di nessuna
decisione democraticamente trasparente: vinceranno gli interessi
più forti. Credo che questa maniera di decidere sia un deficit
di democrazia che nessun governo di sinistra possa permettersi. Il
problema sarà un problema di scelta, di che cosa fare, e anche
che cosa non fare. E soprattutto mettere a punto una visione, una
condivisione tra territori, soggetti, interessi -non si devono
demonizzare gli interessi, ma essi devono concorrere all'interesse di
tutti e non sottrarre risorse collettive per l'interesse proprio.
Si tratta di un lavoro difficile, che richiede davvero gli strumenti
che io chiamo "piano" -non saprei definirli altrimenti- perché
sono convinta che il piano è il luogo in cui si decide sull'uso
delle risorse scarse e sulla risoluzione di conflitti, che esistono
sempre, per l'utilizzazione di tali risorse. Nel piano si deve decidere
esprimendo il massimo interesse per la collettività. Chiamiamolo
"Piano generale dei trasporti" o in qualunque altro modo, ma è
la costruzione di questo piano che manca. Perché il piano
generale dei trasporti che avevamo messo in pista nel 2001, che
c'è ancora, era solo il primo passo verso un reale insieme di
decisioni, un reale piano. Il PGTL aveva proposto riforme, molte, e
tutte orientate in una sola direzione: l'indebolimento del potere
monopolistico dei protagonisti attuali della gestione e della
realizzazione delle infrastrutture di trasporto nel nostro Paese. Le
proposte di riforma riguardavano il sistema e le modalità di
appalto delle infrastrutture e dei servizi delle concessionarie
autostradali, delle gestioni aereoportuali, delle ferrovie. Tutti
poteri che oggi giocano ognuno per sé, e che invece devono
essere ricondotti a un disegno comune. Il disegno, il piano, deve dire
che cosa deve essere fatto prima e perché. Nella mia visione
delle cose la priorità vera, la vera emergenza, è
l'enorme ritardo su tutta la questione del funzionamento dei trasporti
delle città, delle aree metropolitane. Una questione del resto
fortemente connessa al problema delle infrastrutture per le lunghe
distanze. Si pensi solo al caso della tangenziale di Mestre, che
è stata chiamata la "strozzatura della Val Padana" perché
tutto confluisce lì e crea una congestione micidiale. La
tangenziale sconta tutto il disordine insediativo del territorio tra
Mestre, Venezia, Padova, Treviso. La conurbazione veneziana scarica
camion e automobili sulla tangenziale, perché non c'è
nessun'altra alternativa di mobilità, nessun'altra attrezzatura
per muoversi convenientemente in un territorio che è fatto di
dispersione, di articolazione, di molti centri. L'enorme ritardo nel
provvedere ai trasporti locali fa sì che questo traffico vada a
finire tutto sulle infrastrutture che abbiamo fatto per andare lontano.
Allora abbiamo due possibilità, o fare un'altra infrastruttura
per andare lontano e attendere che si riempia di movimenti che vanno
vicino, perché non avremo fatto nient'altro, oppure fare
infrastrutture per muoversi sul territorio su distanze brevi e
scaricare in questo modo le infrastrutture che vanno lontano. Sono
visioni completamente diverse che richiedono confronti di scenari:
misuriamo i risultati in termini di costi, di effetti ambientali, di
qualità della vita per le persone e per le attività.
Questi sono i ragionamenti che dobbiamo ancora fare. In mancanza di
questa prospettiva di Piano condivisa succede che quando si propone
qualche cosa, qualsiasi cosa, si scatena un'opposizione generalizzata
da tutte le parti. Data la situazione, è fata
le che sia così. Antonio
Tamburrino ha scritto, in un articolo sulla rivista "Il Mulino", che il
ritardo dell'Italia nel dotarsi di un sistema di trasporto pubblico
è segno del fatto che è rimasta indietro nell'attuazione
di una democrazia sostanziale, che richiede un trasporto pubblico di
massa, in grado di rendere funzionali le società.
Io avevo riposto molte speranze nell'introduzione della valutazione
ambientale dei piani dei programmi (VAS) che è la direttiva
europea del 2001, perché essa introduce una maniera nuova di
fare i piani, che devono essere omogeneamente orientati verso la
sostenibilità. Si tratta di una procedura di costruzione dei
piani capace realmente di orientare verso la sostenibilità le
azioni che partono da tutti gli attori che agiscono in tutti i settori:
dalla gestione del territorio, dalla creazione delle infrastrutture,
dalla produzione di energia, alla gestione agricola. La VAS
orienta i contenuti di piano in maniera che vadano in modo consapevole,
strutturato, verso il raggiungimento degli obiettivi che la
collettività si pone. Questa a me sembrava una straordinaria
occasione. Ne abbiamo avute altre, che non hanno avuto gli esiti
sperati. La VAS mi pare oggi uno strumento reale, e quindi adesso sono
molto interessata ai problemi dell'applicazione di questa nuova norma,
a come le Regioni la stanno applicando, a come lo Stato sta, anzi non
sta, recependo la normativa. Quindi se dovessi riassumere in uno
slogan, direi: un piano territoriale dei trasporti accompagnato da una
valutazione ambientale strategica, insieme nazionale e regionale.
Questo è ciò che vorrei davvero impegnarmi a fare.
Tu hai partecipato alla stesura del piano nazionale dei trasporti in
vigore, che nella sua fase preparatoria aveva per la prima volta
cercato un coinvolgimento di tutti i soggetti interessati e portato
allo stesso tavolo Ministeri dei trasporti, dei lavori pubblici e
dell'ambiente, una cosa ovvia di per sé, ma mai fatta prima in
Italia. Quando è morto il piano dei trasporti?
Il PGTL era nato come Piano di riforme e di disincrostazione del
sistema dai monopoli che tutt'oggi caratterizzano i nostri gestori e
realizzatori di infrastrutture. Il Piano non era andato al di là
di proposte di riforma e della indicazione di criteri generalissimi,
che avrebbero dovuto trovare successive sedi normative e programmatorie
di applicazione. Verso la fine dell'elaborazione del Piano però
si profilavano le elezioni. Man mano che si avvicinava la data delle
elezioni, si faceva sempre più pressante l'esigenza politica di
rendere concreto quel piano nell'unico modo in cui oggi la nostra
politica è capace di rendere concreti i piani, cioè
nell'elenco di infrastrutture, che non rispondevano in nessun modo alle
riforme, agli obiettivi proposti dal piano, o se rispondevano era
casuale. Non c'era nessuna connessione logica, ma l'elenco si allungava
ogni giorno. Tanto è vero che quando il Cipe nel 2001 lo
approva, lo fa con una clausola molto importante e che viene totalmente
disattesa, che dice che tutti gli atti di programmazione che nascono da
quel piano avrebbero dovuto essere sottoposti a una valutazione
ambientale strategica, cosa che in realtà non succede mai.
Perché era del tutto casuale il risultato del fare tutte quelle
infrastrutture che non avevano nessuna relazione con ciò che
stava nel piano. Quindi,
quando Berlusconi è apparso con le sue matite colorate a Porta a
Porta e ha disegnato le sue opere, ha esposto in modo spettacolare
progetti approvati dal centro sinistra?
Molte opere di Berlusconi sono del piano dei trasporti. E la legge
Obiettivo si è innestata sul piano esistente. Benché la
legge Obiettivo sia una barzelletta perché dice che le sue norme
si applicano a tutte le opere strategiche, dopodiché definisce
le opere strategiche come "quelle inserite nella legge". Ma il fatto
che le opere strategiche sono "automatica variazione" del piano gener
ale dei trasporti, che viene mantenuto in vita attraverso questa
formulazione, vuol dire che non c'è più nessun piano.
Quindi la legge Obiettivo segna la definitiva morte che però era
già cominciata verso la fine della legislatura. In
Italia c'è una convinzione abbastanza diffusa che le grandi
opere non si facciano perché sono utili al bene del Paese, ma a
gruppi di interesse privati. Perché l'Unione Europea si fa
strumentalizzare a sostegno di un sistema così lontano dai suoi?
Vorrei spendere una parola
benevola, anche se è molto difficile, rispetto all'Unione
Europea e al suo ruolo. Se si va a vedere che cosa effettivamente dice
la Ue, ad esempio del corridoio da Lisbona a Kiev, non c'è
nessuna presunzione che ci sia un traffico pendolare fra queste due
località. In realtà dice che quello è un
corridoio, cioè un asse sul quale uno dopo l'altro sono
allineati luoghi interessanti, pieni di persone e di attività.
Poli che scambiano tra loro intensi movimenti di merci e di persone, ma
per lo più su distanze medie o brevi. Quindi il corridoio
è una direttrice importante e la Ue invita i Paesi ad apportare
miglioramenti in modo coordinato e coerente lungo quella direttrice,
col presupposto che tali miglioramenti servano principalmente le
necessità di ciascuno dei territori attraversati. Quindi il
corridoio, in termini reali, è il coordinamento di tanti
interventi utili a ciascuno dei tanti poli e territori attraversati: un
luogo dove devono convivere con la massima efficienza trasporti di
brevi, di medie e di lunghe distanze.
Nel momento in cui, rispondendo alle brevi o medie distanze si fa anche
spazio a un percorso più lungo e continuo, ben coordinato, che
va da Lisbona a Kiev, ben venga: è una ricaduta positiva. Credo
che la nascita dei corridoi sia stata questa. Dopodiché noi
italiani, con una deformazione tipica, usiamo la Ue come una clava per
dire che è l'Europa a chiederci infrastrutture che bypassano gli
interessi locali: cioè esattamente il contrario della proposta
della Ue. E' un problema di informazione, di rapporti fra stati e Ue e
anche qui c'è una reale carenza di democrazia. Quando i Ministri
italiani vanno a implorare alla Ue che venga inserita nelle
priorità TEN (Trans European Network) la Torino-Lione,vanno a
contrastare una posizione Ue contraria a tale inserimento, vista la
scarsa utilità, gli alti costi e l'arretratezza dei progetti di
questa linea. Ma il Governo italiano si impone battendo i pugni sul
tavolo e torna dicendo che l'inserimento della Torino-Lione tra le
priorità è una grande vittoria. Invece è una
sconfitta, per l'Europa e per la collettività italiana. Dopo ci
viene detto che la Torino-Lione è un interesse della UE e quindi
chi si oppone si oppone non solo all'Italia ma anche all'Europa. E' un
gioco troppo facile ed esclusivamente imperniato su giochi mediatici e
sulla "strategicità" da salotto di cui si parlava prima. Chi paga l'alta velocità?
Questo è un problema grossissimo. All'inizio lo slogan era:
esiste una domanda che richiede questi servizi e quindi è
disposta a pagarli. La proporzione prevista dei finanziatori era:
60&% privato, che si sarebbe remunerato, e 40% a fondo perduto
dello stato, che non si sarebbe remunerato. Un affare privato con un
finanziamento anche statale, perché un interesse pubblico
comunque c'è. Man mano che la cosa è andata
avanti, la partecipazione delle banche e dei privati in TAV non
c'è stata, tanto è vero che oggi il 100% è
pubblico. Ciò fa una grande differenza, perché
l'intervento di privati imprenditori fonda la sua razionalità
sul fattore "rischio". Io rischio il mio capitale perché ritengo
di trovare un mercato che remuneri la mia impresa; poi se va male ci
rimetto il mio capitale. Negli investimenti pubblici al 100% questo non
si può e non si deve fare, il rischio non ci deve essere. Deve
essere ben chiara la priorità degli obiettivi che si vogliono
raggiungere e deve essere dimostrato che l'intervento non solo li
raggiunge ma che non esistono altre soluzioni per ottenere ciò a
costi più bassi.
Ma il finanziamento del 100% di TAV da parte dello Stato ci avrebbe
condotto a "sforare" i parametri di Maastricht. Allora nella finanza
creativa del governo è stata inventata Infrastrutture S.p.a,
detta anche comunemente ISPA, una società per azioni, la cui
totalità delle azioni appartiene alla Cassa depositi e prestiti.
ISPA ha il compito di raccogliere fondi dal sistema bancario che passa
ai realizzatori dell'alta velocità, sul presupposto che quando
le linee saranno costruite, chi userà il treno pagherà e
quindi l'intervento produrrà un reddito. In attesa dell'entrata
in esercizio delle linee la copertura degli interessi, che comunque
occorre pagare da subito, viene garantita completamente dallo Stato. Il
reddito derivante dall'esercizio dovrà essere dato a ISPA
perché possa restituire il capitale e gli interessi presi a
prestito dal sistema banca rio; se le entrate non saranno sufficienti
provvederà lo stato a metterci il resto.
Questo meccanismo è stato pensato sul presupposto che ISPA non
facesse parte dello Stato, e quindi l'indebitamento di ISPA per
realizzare il sistema AV non sarebbe gravato sul bilancio statale e
quindi non avrebbe influenzato i parametri di Maastricht. Ma Eurosat ha
già informato ufficialmente di non essere disposto ad avallare
questo escamotage e di considerare l'indebitamento di ISPA come parte
dell'indebitamento dello Stato italiano: quindi il giochetto non
funziona più.
Oggi ISPA ha a suo carico il finanziamento delle linee ad alta
velocità già in costruzione e i conti della stessa
società dicono che il rendimento delle linee coprirà
circa il 50% dell'investimento. Il che significa che il 50% è a
carico pubblico. Io credo che sarà meno del 50%, perché i
costi sono in crescita costante. In particolare per quanto riguarda la
Milano-Genova e la Torino-Lione il meccanismo ISPA fa prevedere una
copertura futura del 15%: ISPA stessa si è rifiutata di
accollarsi il finanziamento di queste due opere. Infatti nella delibera
Cipe di approvazione della Torino-Lione c'è scritto che i
finanziamenti provengono direttamente dal bilancio dello Stato, che
peraltro non li ha. Si tratta dunque di un finanziamento del tutto
teorico.
Occorre avere ben chiaro che il meccanismo di finanza creativa messo in
piedi con ISPA è una specie di bomba a scoppio ritardato. Oggi
noi stiamo costruendo le linee AV, ma il costo per la
collettività di queste opere si manifesterà dopo il 2010
quando le opere saranno finite. Che cosa succederà quando
bisognerà restituire quei denari? E quando quei denari
provocheranno livelli di indebitamento destabilizzanti? Allora i nodi
verranno al pettine e sarà evidente la selezione fra le cose che
sono state fatte e quelle che non si potranno più fare
perché mancano i soldi.
In quel momento diverranno evidenti i costi della non democrazia. Non sarebbe meglio pensarci prima?
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