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L'Espresso, 4 agosto 2006
scandali
Grandi opere da furbetti
di Antonio Carlucci
Gli stessi fondi, 3 miliardi, stanziati per due diversi lavori. Lunardi
e Tremonti sapevano. Ecco l'inchiesta interna svolta da Di Pietro
Nella
migliore delle ipotesi il buco è di 3 miliardi, 479 milioni, 691
mila e 659 euro. Nella peggiore potrebbe arrivare a 4 miliardi e 700
milioni di euro. Un profondo rosso generato dalle Grandi opere del
governo di Silvio Berlusconi, del suo ministro dell'Economia Giulio
Tremonti e di quello delle Infrastrutture Pietro Lunardi. Che hanno
sfornato progetti, aperto cantieri, posato prime pietre senza avere un
soldo in cassa. O, meglio, facendo figurare che li avevano, mentre
erano già stati impegnati per altre opere in corso di
costruzione.
Il gioco è durato fino a
quando gli elettori non hanno mandato a casa il governo di
centrodestra. Poi, in nove giorni, dal 12 al 20 giugno, è
apparsa nitida la fotografia della bancarotta dell'Anas, la
società per azioni controllata dallo Stato che si occupa di
costruire strade e ponti. Quella fotografia, quei conti in rosso che
valgono una Finanziaria, hanno portato il ministro delle Infrastrutture
Antonio Di Pietro a suggerire al presidente del Consiglio Romano Prodi
e al ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa il commissariamento
dell'Anas e il rifinanziamento della società. A patto che ci sia
già un nuovo vertice in carica per evitare altre perdite
attraverso funambolismi contabili. Di Pietro, dopo aver spiegato tutto
quanto alle commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Parlamento, ha
messo in moto una coda di carattere giudiziario: l'intero dossier Anas
è stato spedito sia alla Corte dei conti che alla Procura della
Repubblica perché verifichino l'esistenza di illeciti
amministrativi e reati penali.
Il vertice dell'Anas, a cominciare dal presidente Vincenzo Pozzi, il
ministro Tremonti, il ministro Lunardi, il suo vice Ugo Martinat
sapevano assolutamente tutto del buco. Erano perfettamente a conoscenza
che nel 2004, allorché l'Anas fu trasformata in società
per azioni, era cominciato un gioco delle tre carte in grande stile con
i fondi denominati residui passivi. 'L'espresso' è in possesso
delle due pagine datate 9 novembre 2004 e firmate dalla responsabile
dell'Ufficio amministrazione e bilancio Carmela Tagliarini e dal
responsabile dell'Unità organizzativa contabilità e
bilancio Antonio Graziani. Sotto la dizione "analisi della fattispecie
concernente la problematica dei residui passivi pari a euro 12.524
milioni", i due funzionari spiegano in modo assai semplice il giochetto
finanziario. Scrivono innazitutto che di quei 12 miliardi e 524
milioni, 6.642 sono "fondi vincolati per lavori", 4.475 sono "fondi
considerati disponibili essenzialmente a fronte di impegni ritenuti
rescindibili e riclassificabili", 1.407 sono "altri fondi".
Cosa hanno escogitato all'Anas? La
risposta è sempre nel documento letto da 'L'espresso'. I 4.475
miliardi qualificati come disponibili sono stati utilizzati, dopo aver
sottratto 1.023 miliardi di spese già effettuate, per aprire il
capitolo Grandi opere per il triennio 2003-2005, la bandiera che
Berlusconi e i suoi hanno sventolato per dire quanto volessero
modernizzare il Paese. Ma i due funzionari avevano già avvertito
nel 2004: "Considerati i pagamenti effettuati a oggi e quelli ancora da
effettuare la situazione finanziaria presenta un importo privo di
copertura per 3 miliardi e 362 milioni di euro. Oggi non esistono
ulteriori disponibilità finanziarie per fronteggiare le fatture
che sicuramente perverranno a fronte delle commesse oggetto di virtuale
disimpegno".
Il giochetto era assai semplice. Sulla carta sono stati cancellati
lavori per oltre 3 miliardi di euro e quella cifra è stata
iscritta a bilancio per aprire la stagione delle Grandi opere. Ma i
lavori ritenuti non più urgenti non sono stati fermati, sono
andati avanti ben sapendo che prima o poi sarebbero arrivate fatture da
onorare. Tutto questo è andato avanti fino al 12 giugno, quando
il ministro Di Pietro, avendo trovato le casse vuote, ha ordinato una
inchiesta interna affidandola al Servizio per l'alta sorveglianza delle
Grandi opere. I risultati sono stati raccolti in 26 pagine che mettono
in luce il ruolo di chi sapeva e di chi ha coperto il dissesto delle
finanze dell'Anas. Gli investigatori ministeriali hanno trovato tutti i
documenti necessari. E in più sono stati aiutati da quattro gole
profonde interne la cui identità è stata rivelata solo
alla magistratura contabile e a quella penale.
"In accordo con i ministri competenti, Infrastrutture e Trasporti ed
Economia e Finanze", ha raccontato quello che chiamiamo 'Testimone
numero 1', " le somme sono state destinate al programma Straordinario
2003-2005... Oggi ci si rende conto che un certo numero di opere che
erano destinatarie di residui passivi 'assegnati' non sono state
cancellate - sebbene considerate 'non più realizzabili' -
nonostante fosse intervenuto lo storno dei fondi necessari alla loro
realizzazione". Come sia stato possibile coprire il gioco lo spiega
sempre il 'Testimone numero 1': "Non è avvenuta la cancellazione
nella contabilità gestionale dei lavori (SIL, ovvero sistema
informativo lavori) tenuta dall'Anas e quindi essi appaiono come
interventi tuttora in essere, mentre invece è avvenuta la
cancellazione dei residui passivi nella contabilità finanziaria.
Il SIL come strumento gestionale fino a dicembre 2004 non era integrato
con la contabilità finanziaria. Fino a tale data, essendo l'Anas
strutturata in compartimenti e posto che i due sistemi non si
scambiavano informazioni, la struttura operativa ha continuato a
portare avanti i vecchi lavori per i quali non c'era più alcun
finanziamento".
Di allarmi interni però ne scattarono parecchi. E furono
regolarmente disattivati. Racconta il 'Testimone numero 2': "La
riclassificazione dei residui passivi è stata coordinata dal
ragioniere Virgilio Pandolfi, in qualità di Direttore centrale
amministrativo Anas. Dichiaro di avere immediatamente avversato le
modalità di utilizzo delle risorse finanziarie oggetto di
riclassificazione, rappresentando la non legittimità delle
modalità operative... Ho chiesto di non essere coinvolto nelle
fasi di definizione e quantificazione dei residui passivi e ho anche
rappresentato in forma verbale e per iscritto al ragioner Pandolfi di
non volermi occupare della vicenda". Aggiunge il 'Testimone numero 2':
"La rilevazione fatta al 31 dicembre 2005 ha determinato l'importo
complessivo della mancata copertura finanziaria delle opere in circa 3
miliardi e 800 milioni di euro di cui, nel corso dell'ultimo trimestre
è stata data certamente informativa al Direttore generale
(Claudio Artusi si è dimesso pochi giorni fa, ndr) da parte del
direttore centrale amministrazione e finanza Piciarelli ed anche,
ritengo, ai ministeri vigilanti".
Altre importanti rivelazioni sono arrivate dal 'Testimone numero 3':
"L'Anas si trova nella situazione di non poter completare gli
investimenti che si è impegnata a fare nell'ambito del contratto
di programma 2003-2005 perché mancano 3 miliardi e 500 milioni
di euro di fondi necessari... Di questa situazione non è stata
mai data alcuna informazione né alcuna rendicontazione al
Consiglio di amministrazione da parte di nessuno degli organi
competenti: presidente, direttore amministrazione e finanza direttore
generale e collegio dei sindaci".
Il 'Testimone numero 4', infine, pur tra molte reticenze e solo dopo
che gli vengono poste specifiche domande, fornisce un importante
contributo sul livello di conoscenza ministeriale: "All'inizio del
corrente anno... omissis... riservatamente di questo problema con
l'allora vice ministro delle Infrastrutture Ugo Martinat, che mi
risulta lo abbia fatto presente all'allora ministro dell'Economia
Tremonti". E ancora: "Nel corso di colloqui informali il presidente
dell'Anas (Pozzi, ndr) ha riferito di una due diligence, una verifica
contabile, in corso da parte del ministero dell'Economia".
Nella ricostruzione degli investigatori messi in moto dal ministro Di
Pietro, appare chiaro che tutto è cominciato nel momento in cui
fu insediato il nuovo vertice Anas e la società fu trasformata
da ente economico in Spa con azionista unico il Tesoro. Ma quel cambio
deciso dal governo di centrodestra ha portato da tempo a una indagine
della magistratura contabile contro l'ex ministro Pietro Lunardi che
sembra essere svanita nel nulla.
All'ex titolare delle Infrastrutture la procura generale della Corte di
conti ha recapitato una citazione a giudizio con la richiesta di
restituire alle casse dello Stato 2 milioni 757 mila 877 euro e 34
centesimi. Più, naturalmente, gli interessi. L'atto porta il
numero di protocollo 062444, è stato notificato a Lunardi il 26
aprile 2004 e reca la firma del vice procuratore generale Rita Loreto.
Ma tutto si è inspiegabilmente fermato alla fissazione della
prima udienza che avrebbe potuto gettare luce sul modo in cui il
governo di centrodestra aveva deciso di gestire l'Anas.
Lunardi, pur di togliere di mezzo ogni impedimento all'arrivo di
persone a lui fedeli, decise di liquidare all'ex presidente Giuseppe
D'Angiolino un milione 539 mila 37 euro e 42 centesimi e ai quattro
componenti del consiglio di amministrazione un totale di un milione 342
mila 797 euro e 12 centesimi. Una cifra senza alcuna giustificazione
visto che nessuno avrebbe potuto contestare la scelta di nuovi
dirigenti.
Ma bisognava fare tutto senza che ci fossero clamori, anzi con gli
uscenti che presentavano educate lettere di dimissioni. In cambio tanti
soldi. A D'Angiolino, oltre a centinaia di migliaia di euro sotto la
voce "risarcimento e patto di fedeltà e non concorrenza" furono
anche accordati 309 mila 874 euro (pagati solo 154.935) per consulenze.
Ha scritto il procuratore nella citazione: "Risulta che siffatti
importi sono stati pagati pur non essendo stati attribuiti i relativi
incarichi". Ma al ministero delle Infrastrutture ci sono i mandati di
pagamento disposti da Lunardi che affermano la regolarità delle
consulenze fatte da D'Angiolino.
A questo punto la sorte dell'Anas è nella mani non solo del
governo Prodi ma anche della magistratura contabile e penale. Davanti
alle commissioni parlamentari il ministro Di Pietro ha detto
chiaramente che al vertice della società può essere
attribuito il falso in bilancio e la false comunicazione sociali. Basta
leggere l'ultimo bilancio Anas approvato solo poche settimane fa. Il
presidente Pozzi sostiene che il deficit è di soli 496 milioni
di euro.
Consulenti a peso d'oro
La festa è finita venerdì 30 giugno. Una festa che
costava 5 milioni 619 mila 506 euro e 98 centesimi al ministero delle
Infrastrutture a beneficio di sette consulenti. Nominati dal ministro
Pietro Lunardi per svolgere lo stesso lavoro che fanno i provveditori
alle opere pubbliche per il controllo dei lavori. Il ministro Di Pietro
ha chiuso ogni rapporto di consulenza con l'architetto Bortolo
Mainardi, gli ingegneri Ugo Majone, Alessandro Rizzardi, Adolfo
Colombo, Francesco Massa, Francesco Muscio e il dottor Marcello Arredi
(l'ingegnere Donato Carlea si era dimesso il 1 dicembre 2005) e ha
restituito le funzioni ai dirigenti del ministero.
Gli otto avevano ricevuto da Lunardi condizioni contrattuali principesche.
Una retribuzione annua fissa di 200 mila euro, con l'eccezione di
Arredi che ne percepiva 148 mila. Poi, un secondo stipendio qualificato
come 'variabile' di 250 mila euro annui (Arredi solo 185 mila). E un
rimborso spese di 187 mila e 500 euro ogni anno con l'ingegner Arredi
che incassava solo 138 mila e 750. Per arrivare al totale degli oltre 5
milioni e 619 mula euro vanno aggiunti costi supplettivi (segretarie,
utilizzo di uffici al ministero) per ulteriori 685 mila 256 euro e 90
centesimi.
da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Grandi%20opere%20da%20furbetti/1319450//2
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